Dalla Catalogna un compito per i cristiani

- Fernando De Haro

Le elezioni catalane non hanno visto un trionfo degli indipendentisti. Per FERNANDO DE HARO, il voto lascia sul campo una sfida molto importante per la vita sociale

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Il risultato delle elezioni catalane non è una chiara vittoria dell’indipendentismo. Si apre una fase molto complicata per la formazione del governo. L’ormai ex presidente della Generalitat Artur Mas aveva definito questo voto come un referendum, ma le due formazioni che sostengono la secessione hanno ottenuto meno del 48% dei suffragi e ora ci sono due deputati indipendentisti in meno rispetto alla precedente legislatura. Mas ha fallito e se la sua lista vuol governare dovrà trovare un accordo con una formazione radicale (Cup) che vuole la sua testa.

Dopo queste elezioni la situazione si fa più complicata, dato che la società civile catalana è spaccata in due. Tuttavia non è impossibile un rapporto tra i cittadini che superi la polarizzazione. Questo è il compito più urgente. Le differenti opzioni ideologiche derivano da un terreno poco esplorato: il desiderio di giustizia, di realizzazione personale, di un Paese più umano, di recuperare le tradizione o di creare qualcosa di nuovo. Tutti questi desideri diventano posizioni rigide, persino violente, quando si cristallizzano e si trasformano in sistemi chiusi. Questo è ciò che fa considerare chi la pensa in modo diverso come un nemico, qualcuno che deve essere neutralizzato, meglio ancora se sparisce.

In Catalogna da molto tempo un dibattito nazionale non esiste più: si assiste a monologhi, perché tutti constatano che le ragioni che si condividono con gli altri sono molto scarse. Il dibattito può ricominciare solo se si situa a livello dei desideri prima menzionati e non nella forma immaginata affinché si compia. Occorrono risposte, ma non bisogna correre per trovarle. Prima è necessario riconoscersi in un desiderio comune. Questo è l’unico modo per uscire da un’inimicizia che si è trasformata in un labirinto. 

Nella storia recente abbiamo avuto esperienza di un dialogo autentico: per esempio, la Transizione spagnola dalla dittatura alla democrazia è stata compiuta in questo modo. Cos’ha permesso poi – si chiede Julián Carrón nel suo libro “La bellezza disarmata” – ai padri fondatori dell’Europa di trovare la disponibilità necessaria a parlare tra loro dopo la Seconda guerra mondiale? La coscienza – risponde Carrón – del fatto che è impossibile eliminare l’altro li ha resi meno presuntuosi, meno impermeabili al dialogo. E questo ha consentito di percepire l’altro, con la sua diversità, come una risorsa, un bene.

Le circostanze ci hanno messo vicino a chi vuole una Catalogna differente da quella che pensiamo e vogliamo. Questo è un momento eccellente per non fermarci all’analisi su come siamo arrivati a questo punto (analisi che sarà sempre necessaria e opportuna), perché abbiamo di fronte una grande occasione. 

Possiamo infatti scoprire di aver bisogno di chi vuole un’altra Catalogna (spagnola o indipendente): per capire meglio il nostro desiderio, per comprendere le nostre ragioni (spesso nascoste tra parole inflazionate e usate da tutti), per amare realmente la libertà. Una società plurale è tale con tutte le sue conseguenze e tutta la sua ricchezza. 

Ne “La bellezza disarmata”, Carrón spiega che senza un’esperienza reale di positività, che permetta di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ricominciare. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a partire da quelli che sono impegnati in politica, sono chiamati a dare, insieme a tutti gli uomini di buona volontà. Questo è il loro contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune a discapito di qualsiasi interesse di partito. Sembrano parole scritte pensando alla Catalogna.

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