Il momento del cuore

L’Europa volta pagina e accoglie finalmente le migliaia di persone che fuggono dalle guerre, ma in Italia c’è chi ha paura di questo esodo. Il commento di SALVATORE ABRUZZESE

09.09.2015 - Salvatore Abbruzzese
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È il momento del cuore ed è certamente bello, oltre che umano, che sia così. Le immagini degli immigrati stremati, accolti da gente sorridente con cartelli di benvenuto e canti riempie il cuore. È giusto che sia così. Deve essere così. Dopo le immagini tristissime di quel bambino sulla battigia, rovesciato come un bambolotto abbandonato, quel bambino che segna la nuova notte dell’Occidente, abbiamo la Merkel che, con un colpo da grande statista, apre le porte della Germania, seguendo così i suoi stessi connazionali che si stavano precipitando ad accogliere i profughi dell’inferno siriano. Sono immagini che riconsolano: come quella del bambino che gioca con il berretto del poliziotto nella stazione di Monaco o quella del giovane immigrato che espone felice la gigantografia della Merkel.

Anche molte famiglie italiane hanno aperto da qualche anno la porta della loro casa o della loro villa. Vi sono migliaia di nostri connazionali che già da diversi mesi si fanno carico di stranieri immigrati, e lo fanno a spese loro, senza sussidi di alcun genere. Vi sono gruppi ed associazioni che visitano periodicamente le famiglie indigenti portando loro i generi alimentari necessari: è quell’assistenza silenziosa e discreta che solo chi ha la grazia sa fare. All’opposto, nel nostro stesso paese, ci sono altre famiglie che sono vivamente preoccupate. Spesso vivono nelle nuove periferie, quelle già piagate da spaccio e prostituzione; dove non c’è il nido per i figli e l’autobus passa ogni trenta minuti. Ma non solo. Accanto a queste ci sono anche quelle che sono riuscite a costruirsi la casa dei loro sogni, in un posto non ferito dalle fogne a cielo aperto e dalle strade sconnesse. Si sono addirittura inventate un giardino di qualche decina di metri quadri. La vicinanza di un centro di immigrati le preoccupa; vedono il loro angolo di quiete e di benessere tramontare. C’è tra loro chi già immagina prostitute sotto i lampioni, gruppi di spacciatori che si contendono il territorio a colpi di coltello e, di tanto in tanto, qualche visita allucinata e non gradita al proprio appartamento, armi alla mano.

Perché da noi ci sono questi due scenari e perché, tra i due, è quest’ultimo a prevalere?

La risposta emergerà tra pochi giorni, quando dalla Germania e dall’Austria arriveranno le notizie di come funzionano le procedure in questi due paesi; di come, con quali tempi e con quali sistemi di controllo, ci si occupa degli immigrati. L’Austria è lo stesso territorio nel quale continuano a trasferirsi gli imprenditori del Veneto: è quella stessa nazione dove per aprire un’attività bastano due settimane, mentre da noi, solo per un collaudo passano sei mesi (una miniera d’oro, per chi su questo disservizio lucra danari in cambio di favori). La Germania è quella stessa nazione nella quale, quindici anni fa, per non veder partire le aziende per l’Est, gli operai lavoravano gratuitamente il sabato. 

Sarà pur legittimo chiedersi perché nella corsa alla solidarietà sono i sistemi sociali più efficienti ed organizzati ad occupare le prime posizioni? Quelli nei quali il rapporto tra Stato e cittadino è, da lungo tempo, all’insegna della stima e della fiducia reciproche, di riassicurazione da parte del primo e di impegno da parte del secondo. Mentre, all’opposto, occorre pur domandarsi perché il fanalino di coda è occupato da quegli Stati dove regnano l’inefficienza, le rendite di posizione, le resistenze corporative. Certo, esistono le eccezioni anche vistose – “lo spirito soffia dove vuole” – ma la domanda resta: è veramente solo questione di sensibilità civica o forse, quelle che alla base sono le stesse persone, vivono in due sistemi sociali profondamente diversi?

Per caso qualcuno ha spiegato l’odissea tra gli uffici alla quale è costretto un immigrato che voglia essere in regola? Gli anni di attesa ed i “torni tra tre mesi” ad ogni passaggio in questura? Qualcuno ha spiegato il senso, e le conseguenze, del lasciare decine di migliaia di persone nel nulla dei centri di accoglienza, magari anche accuratamente assistiti, ma con l’elemosina sistematica come unica attività possibile? Qualcuno ha immaginato cosa questo possa significare in termini di degrado della persona, perdita di dignità, apertura alla tentazione del buio anonimo delle attività illegali? Veramente non ci si rende conto che c’è un sistema di regole da rivedere, e di corsa? 

La differenza non è tra austriaci e italiani, o tra bavaresi e veneti. Ma è tra chi opera sapendo di avere alle proprie spalle un sistema di servizi sociali funzionante ed un’economia stabilmente consolidata e chi invece agisce sapendo già di avere accanto a sé solo un sistema che sa dire all’immigrato extra-comunitario: “torni tra tre mesi”, mentre i propri stessi figli vanno a fare i camerieri nel Kent o a raccogliere la frutta in Nuova Zelanda. Nel primo caso basta essere delle persone sensibili, nel secondo occorre “che il quotidiano si faccia eroico”, magari con una compagnia accanto.

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