La risposta al nuovo ’68

- Fernando De Haro

È molto probabile che in Spagna si torni a votare e che Podemos aumenti il suo consenso. Per FERNANDO DE HARO si può rispondere alla sfida del partito di Pablo Iglesias

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Pablo Iglesias, leader di Podemos (Infophoto)

È molto probabile che in Spagna si torni a votare e che Podemos aumenti il suo consenso nei prossimi mesi. Difficile che lo possano evitare una destra culturalmente vuota, una sinistra disorientata e minoranze poco creative, impigliate in vecchie formule. La crescita di Podemos implica una sfida sociale e culturale simile a quella vissuta dall’Europa durante le ondate di protesta studentesca del ’68. Per alcuni versi, di fatto sembra una nuova forma del movimento di decostruzione iniziato 50 anni fa. Ma richiede una risposta nuova.

Diciamolo chiaramente: l’ascesa di Podemos non porta niente di buono. Il suo buon risultato elettorale lo deve in gran parte alla sua scelta indipendentista sulla Catalogna. Le rivendicazioni nazionaliste e secessioniste si sono trasformate in una priorità per la formazione viola negli ultimi mesi. Solo dopo viene “l’agenda sociale”. Le proposte che i suoi leader vogliono portare il più presto possibile al Congresso avrebbero anche elementi condivisibili. Bisogna continuare a lavorare per rispondere al problema degli sfratti, il sistema di cofinanziamento sanitario può non essere il migliore, la questione di un reddito minimo garantito è più complessa, ma affronta due problemi reali: la povertà e la disuguaglianza che affligge molti.

Il problema non è quindi ciò che denuncia il partito di Pablo Iglesias, ma le soluzioni che propone e la sua ideologia. Con Podemos cresce la mentalità che deresponsabilizza e attribuisce allo Stato la capacità di risolvere tutto. Con Podemos cresce questo “rancore politico” che alimenta l’utopia. La globalizzazione ci ha lasciati disorientati e non sappiamo come tenere in piedi il sistema di welfare conquistato. È facile dar la colpa agli altri e giustificare la limitazione dei diritti in nome dell’uguaglianza. È un film già visto. Le “formule Podemos” danneggiano la stabilità del Paese, la creazione di lavoro, la concordia, la pluralità. L’avanzata di Podemos a danno del socialismo più classico è una brutta notizia. Il Psoe, disorientato, comincia a competere con il radicalismo, usa tutte le energie in questa battaglia sterile.

Dov’è quindi il “buono” di Podemos? Come è stato per il ’68, la crescita di Podemos porta una provocazione per una società come quella spagnola o europea in cui le ragioni della convivenza comune, della responsabilità sociale, per costruire o creare ricchezza si sono date per scontate. Può accadere che, improvvisamente, scopriamo che queste ragioni sono vuote. Il movimento studentesco degli anni ’60 si sollevò contro la grande costruzione generata dai principi dell’Illuminismo europeo nel periodo sucessivo al dopoguerra: una società abbastanza prosperosa, pacifica dopo i sanguinosi conflitti dei decenni precedenti, fondata sui valori delle “luci” che erano condivisi da tutti. Da allora fino ad adesso (stiamo parlando di due generazioni) si succedono le “rivolte” contro questo “illuminismo pratico”, questo patto non scritto tra socialdemocratici e conservatori (democristiani) che mantiene in piedi l’edificio europeo. Un edificio che si è andato svuotando di ideali.

Podemos fa parte di questa onda. L’Europa ha reso possibile, in gran misura, la transizione e la riconciliazione tra gli spagnoli. Questo è il mondo che ora si rifiuta. Senza andare troppo in là con i parallelismi, ci sono due elementi del ’68 che continuano a essere presenti in Podemos. Il desiderio di una maggior autenticità e la rottura con la tradizione e l’autorità. Per Carlos Bueno, fino all’arrivo di Podemos avevamo la sensazione che le forze politiche si stessero alternando al governo ogni otto anni, trattando nei loro discorsi i temi dell’economia e dei mercati: due concetti astratti. Astrazione, poi corruzione, allontanamento dalla gente che non se la passa bene. “I vostri valori sono astratti, non significano niente, non li vogliamo”, gridano gli elettori di Podemos.

Nel breve termine conviene prendere le iniziative politiche necessarie per cercare di ridurre i danni. Ma per affrontare il problema di fondo è inutile ricorrere alle vecchie risposte. Gli oltre cinque milioni di elettori di Podemos, per la stragrande maggioranza giovani, non stanno dicendo che la parola democrazia è vuota. Ed è quasi malinconico invocare la tradizione della transizione e le sue libertà, perché tanto l’una quante le altre si esprimono con un codice indecifrabile per chi ascolta. Ci sono stati decenni di abbandono educativo, di formalismo e di riduzione dell’insegnamento a istruzione. Abbandono nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro.

L’esigenza di autenticità deve essere ascoltata. Alla scomparsa della tradizione (illuminista, democratica, cattolica) non si risponde con lamentele, ma costruendo nuove forme di presenza sociale (non dominate dalla dialettica) in cui i valori persi siano presenti e incarnati, siano riconoscibili come qualcosa di conveniente. Abbiamo bisogno di luoghi (scuole, gruppi di studenti, associazioni professionali, organizzazioni caritatevoli, centri culturali), e soprattutto relazioni, che generino queste nuove presenze. Avanzeranno se saranno basate sulla responsabilità personale e, soprattutto, se sono pazienti. Podemos è un bene perché ci fa capire in cosa consiste la sfida che abbiamo davanti.

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