Il brutto silenzio dell’Europa

Dopo i fatti di Colonia l’Europa, cioè noi, deve porsi molte domande. Fino a che punto gli immigrati che arrivano hanno la percezione di entrare in una società ordinata? SALVATORE ABBRUZZESE

13.01.2016 - Salvatore Abbruzzese
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L'interno del duomo di Colonia (Infophoto)

I fatti di Capodanno verificatisi in alcune città tedesche sono oramai acclarati: sciami di giovani di origine araba e africana hanno festeggiato l’arrivo del nuovo anno con gli eccessi di rito a base di alcol, aggravati da una singolare caccia alle donne. L’inattesa iniziativa si è risolta con molestie pesanti, palpeggiamenti, borseggi, furti e, in diversi casi, vere e proprie violenze carnali. Sorpresa, la polizia locale è stata letteralmente travolta, rivelandosi assolutamente inefficace. Infine, elemento finale ma non il meno importante, la notizia di tali violenze è stata a lungo occultata dalla polizia, temendo le ondate di risacca anti-immigrazione, per le quali simili vicende forniscono materiale altamente infiammabile. 

La diffusione dei fatti di Colonia ha generato un’ondata di sdegno che non ha precedenti se non in quella registrata a Parigi poco meno di un anno fa. Le ragioni dell’indignazione e dello spavento sono più che comprensibili: la possibilità per le donne di uscire di casa con la massima libertà, serenità e sicurezza costituisce uno degli aspetti fondamentali della civiltà urbana europea. Dietro la possibilità per una donna di poter circolare liberamente per strada in qualsiasi ora del giorno o della notte è in gioco la capacità stessa delle istituzioni di garantire la serenità di una vita libera da paure e da timori di ogni genere. La città è libera quando è sicura, ed è sicura quando le donne non vengono molestate, né aggredite per strada. Dietro la libertà delle donne c’è la città occidentale stessa, non si attenta alle prime senza spezzare l’incanto della seconda. Non si aggredisce una donna per strada senza violare e offendere la città in quanto tale: proprio per questo il capo della polizia di Colonia si è sentito in dovere di dare le dimissioni.

Il ministro della giustizia Maas ha parlato, a questo proposito, dell’estrema probabilità di un’azione organizzata e pianificata. Se così fosse saremmo dinanzi ad una sorta di vera e propria jihad, dove al posto dell’atto terroristico si è innescata “a furor di popolo” un’inattesa applicazione extraterritoriale della sharia volta a punire le donne che vanno in giro in piena notte.

L’ipotesi è inquietante. Esiste tuttavia la possibilità di una seconda interpretazione: meno strutturata ma, non per questo, meno problematica. Se infatti, contestando implicitamente l’ipotesi del piano organizzato, fossimo soltanto dinanzi ad una notte di eccessi, dove l’alcol e il branco hanno fatto emergere (o riemergere, visto che qualcosa di simile si era prodotta anche a piazza Tahir nell’oramai lontana primavera araba) comportamenti propri di una cultura contro la donna e la sua libertà, il bilancio non sarebbe affatto meno grave ma rivelerebbe tuttavia la presenza di qualche problema sostanziale. 

Infatti se gli episodi di Colonia, ma anche di altre città tedesche, non fossero l’effetto di un piano strutturato ma di una delittuosa e criminale irresponsabilità, allora saremmo infatti dinanzi all’assoluta disaggregazione delle reti familiari e comunitarie che di solito accompagnano i processi immigratori e vi svolgono il ruolo di autorità di riferimento. Giovani allo sbando, senza autorità familiari o parentali che li dirigano, facili a perdersi nell’alcol e nel dominio del branco, costituiscono una realtà, se possibile, ancora più problematica in quanto massa non acculturata, disponibile a qualsiasi avventura e, soprattutto, ad essere facile preda dei farneticanti predicatori dell’odio. 

Ma se così fosse allora, al di là dell’indignazione, occorre anche chiedersi in che modo la nostra cultura sia capace di farsi intendere, dando indicazioni chiare su ciò che la definisce e la costituisce. Fino a che punto i giovani immigrati reduci dall’inferno quotidiano della vita nei paesi d’origine hanno la percezione di entrare in una società europea governata da valori solidi, garantiti da un apparato puntuale ed efficiente, lentamente sedimentatasi su di un passato sul quale, non senza conflitti e tragedie, ha posto le sue basi? Fino a che punto invece, costoro non hanno la percezione di entrare in un luogo dove ogni eccesso è tollerabile, ogni euforia è concessa, ogni disinteresse è ampiamente prevalente e il relativismo dei principi troneggia imperante ed alimenta una vulgata nella quale ogni teoria, ogni lettura della realtà è possibile in quanto tutte si equivalgono? 

Detto in termini diretti e volutamente provocatori: stiamo comunicando valori oppure, irresponsabilmente, disseminiamo il loro esatto contrario: i disvalori, le indifferenze e i relativismi di ogni tipo?   

Quanto accaduto potrebbe infatti essere il risultato dell’intreccio fatale tra una cultura che nega la libertà e l’autonomia della donna da un lato e la percezione particolare di una vulgata europea fondata sull’assoluta libertà del singolo dall’altro. Dove la totale assenza di controlli sostanziali, l’anonimato e l’impunità sono garanzie assolute per ogni comportamento deviante e dove ogni eccesso è sempre tollerabile ed ogni valutazione è sempre relativa. Della prima è responsabile l’ambiente di provenienza, della seconda ne siamo responsabili noi e il nostro silenzio culturale.

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