La menzogna e la fede

- Marta Dell'Asta

Non solo i grandi del mondo, i politici e i giornali, ma anche nella Chiesa si verificano casi di menzogna e mancanza di rispetto per la gente. E i cristiani cosa fanno? MARTA DELL’ASTA

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Putin (Fonte Infophoto)

Alla vigilia di Natale il patriarca Kirill ha chiesto le dimissioni di padre Vsevolod Chaplin, da sei anni capo del dipartimento patriarcale per i rapporti Chiesa-società, e come tale ritenuto il portavoce del pensiero ecclesiale. Quando era giovane sacerdote, alla caduta del regime comunista, padre Vsevolod aveva sostenuto che l’ortodossia russa doveva affrancarsi dalla tutela dello Stato; ma poi una rapidissima carriera aveva “ammorbidito” le sue posizioni, riconducendolo nell’alveo della più rigida “politica ecclesiastica”. 

Mentre collezionava incarichi e decorazioni, padre Vsevolod aveva fatto proprie di volta in volta tutte le posizioni della politica ecclesiastica ufficiale, dalla propaganda del “Mondo russo” come collante religioso tra i popoli dell’ex Unione Sovietica, alla condanna politica dell’Ucraina, dei gay e del malcostume occidentali, sino all’esaltazione della “guerra santa” in Siria. È stato spesso rozzamente paradossale e scomposto nelle sue affermazioni, come quando ha detto alla radio “Grazie a Dio la pace non durerà ancora molto. E dico ‘grazie a Dio’ perché una società troppo sazia e tranquilla, senza problemi… è abbandonata da Dio, e non vivrà a lungo”. Dal punto di vista cristiano la sua è stata spesso una “contro testimonianza” in una società già sferzata dall’anticlericalismo. 

Ora che è stato silurato ha dato stura a giudizi taglienti sul patriarca e il patriarcato, dimostrando una volta di più quanto valevano le sue affermazioni precedenti e tutta la debolezza di un uso strumentale della parola, dei principi e dei valori, anche quelli di fede. Ma quello di padre Vsevolod non è che un caso tra i molti di uso della parola come “falsa testimonianza”. 

Anche lo Stato non è da meno; recentemente il sociologo Grigorij Judin ha fatto notare che l’uso attuale dei sondaggi in Russia, a dispetto dell’apparente somiglianza con la democrazia diretta (chiediamo al popolo come la pensa) non è altro che uno strumento della leadership per saltare a piè pari il confronto con i problemi reali, ottenendo direttamente una sorta di “acclamazione” del popolo. Del resto, se il cittadino è totalmente nelle mani dello Stato e non ha nessun’altra via per risolvere i suoi problemi, plaudirà sempre. 

Ai primi dell’anno, Putin ha ordinato e ottenuto in un solo giorno che in Crimea si facesse un sondaggio: visto che l’Ucraina ha interrotto la fornitura di elettricità “siete disposti a sopportare alcune temporanee difficoltà in seguito a possibili brevi blackout elettrici per i prossimi 3-4 mesi, se non firmassimo il contratto per la fornitura con l’Ucraina?”. C’è stato un plebiscito di sì da parte dei crimeani che già stanno al buio e al freddo ma non hanno alternative: beh, se i blackout saranno brevi e temporanei

A una domanda così posta, dicono i sociologi, non si poteva che plaudire, visto che ora come ora il presidente Putin è l’unica possibilità di riavere la corrente, prima o poi, e a lui non si possono mettere condizioni.

I giochi di prestigio con le parole, i valori, le notizie, i sondaggi sono talmente universali e sfrontati che ci sentiamo indifesi e arrabbiati; da una parte siamo tentati di non credere più a niente, dall’altra ci prende il desiderio di sbattere in faccia ai falsi le loro menzogne. Questa situazione è particolarmente dolorosa per il cristiano, perché la falsificazione e la menzogna vera e propria ci fanno male in modo personale, soffocano ogni speranza di poterne uscire. Cosa dobbiamo fare allora: accusare senza fine, nella speranza di fare finalmente pulizia, o voltare la testa dall’altra parte guardando solo il nostro orto? La denuncia spietata (come quella del padre Vsevolod “seconda maniera”) è sempre nutrita di sentimenti poco cristiani come l’astio e il disprezzo e, per ben che vada, il risentimento. Ma anche il silenzio “mite”, in fondo, può esprimere la rassegnazione che lascia andare le cose per il loro corso.

I martiri, invece, avevano, nelle loro amare esperienze, un approccio più lungimirante, un respiro più ampio. “Questa malevolenza io la percepisco dentro di me. Si prova un’insopportabile stizza…”, scriveva Sergej Fudel’ alla fine di una vita di deportazioni e stenti vissuti davanti a Cristo: “Ho visto tanto male nel mondo, e anche dentro la Chiesa, e ancor più dentro di me. Ma chissà perché nell’anima mi restano solo gratitudine e speranza”. Qualsiasi iniziativa, qualsiasi protesta dovrebbe nascere di qui, dal sentimento di gratitudine e speranza, non dal rancore, dal risentimento, né dal senso della fine: “Forse il compito della nostra generazione ormai al tramonto è proprio quello di comunicare il senso dell’alba”. Quello che manca a noi oggi e che dava ai martiri un’impensabile libertà di fronte al colosso che sembrava inamovibile. 

Schiacciati dall’amarezza, dimentichiamo che nessuna campagna di pulizia morale sarà mai utile se non respira il “senso dell’alba”, la “felicità” cui ci chiama l’angelo sorridente in una poesia di Olga Sedakova.

“Ti dico: tu sei pronto a una felicità incredibile?”.

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