Il pericolo della “zona comoda”

- Fernando De Haro

Il sociologo Zygmunt Bauman, spiega FERNANDO DE HARO, offre delle ottime intuizioni per capire le trasformazioni in atto in questo inizio di XXI secolo così privo di certezze

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Zygmunt Bauman (Immagine d'archivio)

L’intervista del Pais a Bauman ha fatto furore. Nelle librerie di Madrid le sue ultime opere sono andate a ruba. Bauman, come già avvenuto con la sua “società liquida”, ha la capacità di offrire indizi per comprendere il mondo in trasformazione in questo inizio di XXI secolo.

Il sociologo di origini polacche è stimolante perché non compie insoddisfacenti e banali analisi morali. Non pone questioni etiche. “Le certezze sono scomparse”, ha segnalato, riferendosi alle certezze istituzionali ed economiche. Ma la frase si potrebbe estendere ad altri settori. La democrazia zoppica, non solo perché i politici sono corrotti o per la mancanza di ideali, ma perché “il connubio tra potere e politica nelle mani dello Stato-nazione è finito. Il potere è stato globalizzato, ma le politiche restano locali come prima. La politica ha le mani corte”. I politici, anche se avessero l’abilità di decidere quel che occorre fare, non potrebbero metterlo in pratica perché non ne hanno la capacità.

La crisi che ha colpito ancora i mercati negli ultimi giorni mostra bene quel che intende Bauman. La svalutazione dello yuan e il crollo del prezzo del petrolio sono diventati due fantasmi che minacciano il pianeta. Come risposta alla crisi del 2008, una crisi da sovraindebitamento, gli Stati Uniti hanno avviato una politica monetaria espansiva ora usata dall’Europa. Il rovescio della medaglia di questa formula è una svalutazione con conseguente guerra delle valute a cui si è iscritta la Cina. Non c’è potere politico mondiale che metta ordine. Senza Stato-nazione è quasi impossibile mantenere in piedi il welfare state.

Lo stesso accade con la guerra e i suoi effetti. Juncker, il Presidente della Commissione europea, ha rimproverato Svezia e Danimarca per aver cancellato Schengen. L’Unione europea, che non è stata capace di superare le dinamiche dello Stato-nazione, si vede sopraffatta dall’arrivo dei rifugiati in conseguenza di una guerra del Medio Oriente. Fortunatamente la Merkel ci ha ricordato che essere europei vuole dire accogliere chi fugge dal terrore, ma la politica delle frontiere ha fallito e nulla o poco di quel che Bruxelles ha approvato negli ultimi mesi è stato attuato.

Questa impotenza della politica che ci ha portato a una globalizzazione inarrestabile ci fa arrabbiare. È logico. Nel nostro DNA abbiamo l’idea che il potere abbia la capacità di darci una vita migliore, più libera, più umana. Ma il potere tradizionale presto è rimasto privo di contenuto, lasciando spazio a un potere astratto, intangibile. L’edificio delle libertà e dei diritti resta in piedi, ma a volte sembra vuoto: la nostra perplessità è quindi comprensibile.

Forse questa è l’occasione giusta per recuperare la capacità di cambiamento che in altre epoche ha preso forza dalla comunità, dalle relazioni personali e sociali che, in modo stabile, possono affrontare questo tempo di perplessità. Questo ci sembra poco. Dopo tutto siamo figli di una generazione che sottovaluta, praticamente disprezza, la capacità di trasformazione che l’incontro fra persone, le comunità (imprenditoriali, educative, professionali) danno con gratuità e pazienza. Abbiamo resistito a tutto questo perché volevamo essere insignificanti e perché abbiamo colpevolmente ignorato come si sono prodotti alcuni cambiamenti nella storia. Ora l’irrilevante è quel che ci sembra più decisivo. Non è mai tardi per imparare.

Anche Bauman lo suggerisce e sottolinea qual è la vera urgenza: “L’identità è stata trasformata da qualcosa che viene dato come scopo”. Il polacco non lo dice, ma sicuramente questa è la grande certezza che è stata abolita: la gratuità, quel che non è frutto della volontà, è ciò che permette di vivere. Il ruolo della comunità è stato sostituito da reti sociali, relazioni virtuali, che dipendono da un clic. “La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità, ma la rete appartiene a te”, evidenzia il sociologo. In questo modo non si esce dalla “zona comoda”, non si ampliano gli orizzonti. Non c’è incontro con l’altro. Come esempio positivo di qualcuno che dialoga cita Francesco e la sua intervista a Scalfari: “Il dialogo reale non è parlare con la gente che la pensa come te”. Non serve avere un account su Twitter per restare incollato alla “zona comoda”.

In questo tempo in cui ogni vecchia sicurezza è stata cancellata, le risorse per una vita umana e per il cambiamento sono queste due che ci siamo sempre dimenticati: l’identità data – la potenza dell’io con tutti i suoi bisogni e i suoi desideri – e l’immensa ricchezza e fecondità sociale degli incontri che vanno oltre la “zona comoda”.

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