Dio non si arrende

- Vincent Nagle

Domenica 20 novembre papa Francesco chiuderà solennemente la Porta Santa della Basilica di San Pietro, terminando il giubileo della misericordia. L’editoriale di VINCENT NAGLE

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Papa Francesco (Foto: Lapresse)

Quando Papa Francesco ha annunciato il Giubileo della Misericordia, nel novembre scorso, una persona che conosco mi ha espresso la sua grande commozione. Dentro di me ero costretto a riconoscere di non essere altrettanto commosso da quell’annuncio, e a chiedermi il perché. Che la misericordia sia al cuore dell’esperienza cristiana è per me evidente. Allora perché così tanta indifferenza davanti a questo avvenimento?

Qualche anno fa ero entrato in un dialogo prolungato con un’atea durante un progetto di lavoro che durava qualche mese. Quella donna considerava la fede un grosso fattore negativo per l’uomo e cercò di liberarmene. Verso la fine del progetto mi pose la domanda: “Ma tu, perché sei cristiano? Che vantaggio vi trovi?”. Non ho esitato: “Lo sono per la misericordia. Ne ho proprio bisogno”.

Che quest’anno fosse venuta meno questa coscienza in me?

Tempo dopo, in occasione di una mia testimonianza davanti a un gruppo di adolescenti il loro responsabile mi chiese: “Come preghi?”. Ed io: “Una volta avevo tante cose da dire a Dio, e mi sembrava che Egli avesse tante cose da dire a me. Ma ultimamente mi sembra di avere solo una cosa da dire: Salvaci, o Dio! Salvami!” Ovvero, “Abbi misericordia di me; dammi il tuo sacrificio dell’amore per me che non posso meritare”.

Ma è ancora così per me?

Un pellegrinaggio quest’anno mi ha aiutato a rispondere a questa domanda.

Accompagnando un gruppo di persone malate di Aids ad un pellegrinaggio per il Giubileo ho detto loro che la misericordia è la dinamica con cui Dio esprime il desiderio del suo cuore davanti agli uomini; il suo desiderio è di stare con noi, in mezzo a noi, di essere Emmanuele. Ma poiché abbiamo pensato che il nostro bene sta altrove e abbiamo scelto altre cose e tradito il suo amore per noi, non è una cosa facile farci stare con Lui, farci accettare che Egli resti con noi. Il peccato ha reso problematico questo stare insieme fra noi creature e il nostro Creatore. Ci voleva e ci vuole qualcosa che permette che il desiderio di Dio nei nostri confronti si realizzi. E questa qualcosa si chiama sacrificio, si chiama sangue dell’Agnello, si chiama incarnazione, crocifissione e risurrezione. Si chiama Gesù. La misericordia sta nel fatto che Dio non si arrende davanti al nostro peccato, al nostro rifiuto, alla nostra indifferenza e al nostro così tremolante desiderio di Lui. 

Il punto è che Dio ci vede e giudica la nostra situazione così grave che per colmare la distanza fra il nostro peccato e il suo amore per noi offre niente di meno che il corpo e il sangue del suo Figlio. È un giudizio terribile. Terribile.  

È un giudizio ultimo sul nostro male. Chi può stare in piedi, senza vacillare, davanti a un simile giudizio? Però il giudizio di Dio non mira alla nostra condanna, a farci soccombere. Al contrario. Mira alla nostra salvezza. Il giudizio rende chiara la gravità del caso e perciò rende chiaro a Dio il sacrificio che è necessario per salvarci, il sacrificio del suo Figlio, Gesù. 

Meditare su queste cose con i miei amici e scoprirci tutti così bisognosi della misericordia mi ha illuminato sulla mia indifferenza davanti al Giubileo. Quello che mi è mancato è accettare di stare pienamente sotto il giudizio di Dio, quel giudizio che mi fa mendicare la Sua misericordia; quel giudizio, come per il Buon Ladrone crocifisso a fianco del Signore, annulla in realtà la mia speranza se un altro non si sacrifica per me, invitandomi ad accompagnarlo in questo gesto. 

A chi uno domanda misericordia? Al giudice! Senza apparire davanti al giudice, ci sfugge l’occasione di domandare misericordia. Non mi sono commosso perché non accettavo di stare sotto il giudizio del Dio che vuole salvarci. 

Adesso, tremando, chiedo questo favore; di stare sotto questo giudizio di Dio per poter partecipare pienamente all’avvenimento di misericordia, sopraffatto di gratitudine. 

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