“L’avvertimento” di Castro all’Occidente

- Fernando De Haro

Fidel Castro è morto. Secondo FERNANDO DE HARO, gli errori del Comandante possono essere una buona lezione ora che il nazionalismo torna a essere oggetto di idolatria

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Fidel Castro (1926-2016) (LaPresse)

Dopo la morte di Fidel Castro, la domanda più importante è quella più pratica: cosa accadrà ora? Il Comandante, con la maiuscola perché a Cuba non ce n’è un altro, aveva lasciato il potere ufficialmente nel 2008. Era ormai un anziano con difficoltà nei movimenti, che indossava sempre abbigliamento sportivo. Apparentemente non contava nulla. Non aveva più la forza per fare le cose che più lo appassionavano, come i suoi lunghi discorsi sul divino e l’umano. Era persino un ostacolo per suo fratello Raul, l’attuale Presidente, per via delle sue uscite. 

Per qualcuno la morte di Fidel è irrilevante, solo un’occasione del castrismo per mostrarsi più vivo che mai. La sua morte nel letto non avrebbe altro valore politico che confermare la capacità di resistenza del comunismo cubano. Le cose non sono però così semplici. Certamente il potere reale a Cuba da venerdì è nelle mani di Raul Castro e, soprattutto, del gruppo di militari (non più di dieci) che compongono il Politburo e che controllano l’industria pesante e turistica del Paese. Hanno più potere del Partito comunista. Si tratta di una sorta di Giunta militare i cui componenti si controllano costantemente pensando al giorno in cui morirà Raul Castro (che ha 85 anni) o in cui si ritirerà (ha promesso che lo farà entro il 2018). In questo momento la cosa più probabile è che ci sia un duello tra Miguel Diaz Canel, vicepresidente del Governo, che rappresenta l’ala riformista, e Alessandro Castro, figlio di Raul, colonnello che controlla tutti i servizi di intelligence e che rappresenta l’ala dura.

Sono trascorsi circa due anni dalla riapertura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Obama, con una mossa intelligente, auspicata da papa Francesco, ha voluto riaprire il suo Paese a Cuba, ma Raul Castro non ha fatto passi significativi per aprire Cuba alla libertà. Le ambasciate a L’Avana e Washington funzionano normalmente, il Presidente uscente ha passeggiato per il centro della capitale cubana, i cui cittadini hanno potuto ballare al concerto dei Rolling Stones. Ma per quel che riguarda le cose fondamentali, tutto procede come prima. Com’è stato evidente al settimo Congresso del partito comunista cubano della scorsa primavera, Raul Castro non è Gorbaciov. Le riforme economiche in favore dell’iniziativa privata sono così timide e simboliche che non portano crescita. Il tasso di formazione del capitale non supera il 9%, un terzo di quello delle economie più povere dell’America Latina (27% nella Repubblica dominicana, 21% in Bolivia). Raul Castro e la sua giunta militare restano arroccati in un immobilismo senza libertà, senza pane e progetti per il futuro. 

Fidel Castro era, dicono i cubani, più di un inutile vecchio. Continuava a limitare alcune decisioni di Raul ed è motivo di orgoglio per tre generazioni educate dalla propaganda ufficiale. La scintilla del cambiamento, di fronte a tanta rigidità, può scoppiare in qualsiasi momento. La morte di Fidel rappresenta la scomparsa del presunto redentore. Come ha spiegato Methol Ferré, Castro è salito al potere appena 25 anni dopo l’indipendenza più o meno effettiva di Cuba. L’insurrezione dei cubani nel 1895 rappresenta la fine del ciclo dei movimenti di liberazione cominciati all’inizio del XIX secolo in America Latina. La secessione dalla Spagna nel 1898 è stata più formale che effettiva. L’Emendamento Platt (1899), vigente fino al 1934, aveva trasformato Cuba in un protettorato americano. L’isola smise di far parte dell’impero spagnolo per passare sotto il controllo degli Stati Uniti., che erano molto più esigenti.

Castro con la sua rivoluzione ha voluto ottenere una seconda emancipazione e ha sottomesso i cubani al peggiore degli imperi: quello del totalitarismo sovietico. Il comandante ha alimentato l’illusione: un’isoletta era riuscita a sconfiggere il gigante statunitense. Il complesso anti-Washington e lo sbarco sovietico hanno fatto il resto: il marxismo si è diffuso con intensità negli anni 60-70 in America Latina come un sogno utopico accompagnato da violenza e dolore. La risposta in molti casi è stata una dittatura ottenuta a un altissimo prezzo. Ne è seguita la dialettica marxismo/anti-marxismo che tanti danni ha causato ai veri poveri, quelli che non facevano parte di una categoria della storia.

Ancora pochi anni fa in Spagna c’era chi esaltava la capacità di resistenza e l’eroismo di Castro di fronte al nemico culturale e simbolico nordamericano. Ora Podemos fa la stessa cosa e parla di un riferimento per la dignità latinoamericana. Castro all’inizio è stato un nazionalista redentore, che si è appropriato di categorie proprie della religione apprese in gioventù. In nome della liberazione nazionale si è sottomesso al peggior imperialismo. Una buona lezione ora che il nazionalismo torna a essere oggetto di idolatria.

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