Il ritorno di Stalin

- Pierluigi Colognesi

7 novembre 1956, a Budapest si insedia il governo filosovietico di János Kádár: la rivoluzione è ufficialmente finita. Conviene ricordare cos’era successo. PIGI COLOGNESI

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7 novembre 1956, a Budapest si insedia il governo filosovietico di János Kádár: la rivoluzione è ufficialmente finita. Era scoppiata il 23 ottobre quando migliaia di persone, molti studenti, erano scesi in piazza e, per la prima volta dopo gli anni bui dello stalinismo, avevano gridato il loro desiderio di libertà e democrazia. Avevano usato i versi di un poema popolare: “Lo giuriamo: non saremo più schiavi”. La reazione del potere (compreso quello che conta veramente e che sta nel Cremlino di Mosca) è altalenante, tanto che si costituisce un governo, guidato da Imre Nagy, che arriva ad accettare il pluripartitismo e — cosa inaudita — a far balenare l’ipotesi che l’Ungheria lasci il patto di Varsavia e chieda alle truppe sovietiche di lasciare il territorio magiaro. Inaccettabile anche per il leader dell’Urss Nikita Chrušcëv, che pure tenta di accreditarsi come moderato ed aperto. Il 4 novembre i carri armati sovietici entrano in azione, schiacciano la rivolta, arrestano Nagy (verrà condannato all’impiccagione nel 1958), e riallineano la politica dell’Ungheria alle direttive di Mosca. Nel complesso la rivoluzione è costata la vita a oltre 2500 persone.

Già nel giungo l’Urss era intervenuta in un paese satellite per riportare ordine. Precisamente in Polonia, dove gli operai di Poznan erano scesi in sciopero per chiedere — così diceva il loro manifesto — “pane e libertà”. E forse l’inizio di tutti questi sommovimenti del blocco sovietico si devono far risalire al mese di febbraio di quello stesso 1956, quando nel corso del XX congresso del Pcus Chrušcëv, nel celebre “Rapporto segreto”, aveva condannato alcune — e solo alcune — derive dello stalinismo, come il culto della personalità e l’accanimento contro i leader del partito invisi. Era stato un terremoto che aveva scosso irrimediabilmente le fondamenta dell’assetto staliniano del potere sia in Russia che nei paesi alleati; nulla sarebbe rimasto uguale e, per ondate successive, il Moloch sovietico si andrà disgregando, fino alla sua caduta nel 1989.

Ma caduta in favore di che? In Ungheria l’attuale governo di Viktor Orbán ha finanziato un intero anno di celebrazioni per ricordare il ’56, ma quasi esclusivamente in chiave di sostegno alla propria politica nazionalista non priva di aspetti xenofobi. In Russia Putin ha sostanzialmente riabilitato Stalin e, sempre appoggiandosi al diffuso nazionalismo popolare, sta rieditando l’immagine, e in parte la realtà, del proprio paese come superpotenza imperiale.

Non saprei trarre una “morale” da questa strana evoluzione storica, anche perché sessant’anni sono davvero tanti e per giunta sembra che gli avvenimenti si siano messi a correre più velocemente che mai. Tra i video delle giornate rivoluzionarie di Budapest ce n’è uno in cui si vedono alcuni manifestanti che tagliano via dal centro della bandiera ungherese (tricolore come la nostra, ma con le strisce orizzontali) i simboli comunisti che vi erano stati aggiunti. Il vessillo del paese sventolava, così, con un buco nel mezzo. Ogni rivoluzione vuole e deve abbattere qualcosa, deve fare un buco nella realtà che vuole trasformare, ma quello che lo riempirà non è necessariamente all’altezza dei desideri che quella rivoluzione hanno alimentato.

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