Verso Natale

Più volte in questo Avvento che sta per finire è risuonato l’invito dell’inno scritto dalle claustrali di Vitorchiano: “Innalzate nei cieli lo sguardo”. L’editoriale di PIGI COLOGNESI

19.12.2016 - Pierluigi Colognesi
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Murillo, Sacra Famiglia con uccellino, particolare (1650)

Più volte in questo Avvento che sta per finire è risuonato l’invito dell’inno scritto dalle claustrali di Vitorchiano: “Innalzate nei cieli lo sguardo”. A che pro? Cosa significa? La risposta, ovviamente, sta nel significato della parola “cieli” e può aiutare a capirlo una considerazione sulla preposizione articolata usata nell’inno: di solito si sollevano gli occhi al cielo, qui invece siamo invitati ad uno sguardo così acuto e fremente da voler entrare nei cieli. Che allora, è chiaro, non possono essere la calotta grigiastra che sta sopra la nostra testa, né un generico, misterioso, “al di là” che essa rappresenterebbe. I cieli sono il luogo dove risiede l’origine, il significato e lo scopo di questa terra. Li guardiamo, dunque, come chi si aspetta che da essi “piova” (rorate coeli) un definitivo bene e per questo sentiamo acutamente nostro il grido profetico di Isaia che implorava: “Se Tu squarciassi i cieli e scendessi!”. Il desiderio umano tende a salire nel cielo perché da esso ridiscenda continuamente l’avvenimento salvifico di cui abbiamo bisogno in questa troppo spesso aspra e arida avventura terrena. È il movimento del Natale, che sarà tanto più sorprendente ed avvincente quanto più sarà stato autentico e intenso il desiderio che lo aspettava. Un desiderio autentico riguarda sempre un avvenimento concreto, carnale. Lo ricorda una splendida poesia di Czeslaw Milosz, polacco premio Nobel per la letteratura nel 1980. Prima di trascriverla riporto però un suo pensiero: “Cosa devono fare quelli a cui il cielo e la terra non bastano e non possono vivere senza l’attesa di un altro cielo e di un’altra terra? Crederanno, semplicemente perché la sete che li colma non può essere espressa in nessuna delle mutevoli lingue umane. Solo una lingua risponde alla legge suprema dell’immaginazione umana e in questa lingua è stata composta la Scrittura”. Ecco, dunque, Veni Creator, scritta a Berkeley (Milosz era esule negli Usa) nel 1961. L’invocazione è allo Spirito Santo, il protagonista della Pentecoste, ma prima ancora la forza per cui “il Verbo si è fatto carne” nel grembo carnale di una donna.

“Veni, Spirito Santo, piegando (oppure no) l’erba,
mostrandoti (oppure no) con una lingua di fiamma sul capo,
al tempo delle fienagioni, o quando il trattore esce per la prima aratura
nella valle dei boschetti di noci, o quando la neve
seppellisce gli abeti storpi nella Sierra Nevada.
Sono solo un uomo, ho quindi bisogno di segni visibili,
il costruire scale di astrazioni mi stanca presto.
Ho chiesto più volte, lo sai, che la figura in chiesa
levasse per me la mano, una volta, un’unica volta.
Capisco però che i segni possono essere soltanto umani.
Desta dunque un uomo, in un posto qualsiasi della terra
(non me, perché ho comunque il senso della decenza)
e permetti che guardandolo io possa ammirare Te”.



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