L’Italia salta? Non è più il 2011

I mercati hanno assorbito nell’immediato l’esito del referendum italiano. E la cornice internazionale non è più quella del 2011. Ma resta il nodo taglia-debito. GIANNI CREDIT

07.12.2016 - Gianni Credit
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Pier Carlo Padoan (LaPresse)

L’Italia alla deriva finanziaria come la Grecia, l’Irlanda, la Spagna o addirittura come l’Argentina? I due day-after a valle del referendum di domenica hanno smentito i pronostici apocalittici, almeno nell’immediato Piazza Affari è rimbalzata sui suoi massimi dopo Brexit – quello sì un referendum che ha scosso l’euro – e lo spread italiano è sceso sotto 160 e ha già quasi ritrovato una quota di crociera. La legge di stabilità sarà approvata nelle prossime ore: secondo le prescrizioni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e a dispetto di alcune defezioni di politici irresponsabili nella stessa maggioranza di governo che vogliono lasciare l’Italia nei guai per interessi di bottega. Il ballon d’essai sulle elezioni-lampo a febbraio – attribuito in ultima istanza allo stesso premier dimissionario – ha invece riportato d’attualità la possibilità di una drastica manovra taglia-debito che allontani in misura para-strutturale il rischio che l’Italia “salti”.

Era uno scenario che la narrazione politico-economica di Matteo Renzi ha sempre tenuto in congelatore nella prospettiva di un’accelerazione della ripresa (che al momento non c’è stata) e di una vittoria del centrosinistra ben preparata per la primavera 2018.  Era – e resta sulla carta – un’operazione da primi 100 giorni di un governo politico sostenuto da una chiara affermazione elettorale. Ora lo scossone referendario ha bruscamente spezzato questa traiettoria e Renzi, non sorprendentemente, cerca una rivincita immediata: un voto politico le cui coordinate finanziarie sarebbero forti e collocate nel quadro di un 2017 che si annuncia di svolta per l’Europa.

Allineare – anzi premettere – le elezioni italiane alle presidenziali francesi e soprattutto al voto politico tedesco dell’autunno: può sembrare paradossale ,ma la sconfitta referendaria spinge Renzi in direzione di Angela Merkel (che non gli ha fatto mancare una solidarietà tutt’altro che scontata), ma anche del “Renzi francese” Manuel Valls che condividerà col moderato François Fillon la sfida a Marine Le Pen per l’Eliseo. Europa “dei governi” contro populismi anti-europei. Senza dimenticare che il vicolo cieco in cui si era infilato Renzi sullo scacchiere referendario interno si sovrappone  a quello che in Europa non gli ha mai consentito alcuna exit in direzione della flessibilità fiscale, ma solo confronti sfibranti e sterili. Una vera operazione taglia debito (ad esempio via “patrimoniale”, oppure con una manovra “greca” sui titoli di Stato, o con un mix di strumenti, rispolverando ad esempio i piani di maxi-cartolarizzazioni degli asset statali) consentirebbe a Renzi – ma forse anche ad altri governi dotati di maggioranza stabile  – di staccarsi da quel 130% sul Pil che è da anni la linea rossa che toglie all’Italia ogni libertà di manovra nella politica di bilancio.  Né può essere dimenticato che le riforme economiche dei mille giorni di Renzi (dal Jobs Act alle Popolari) sono state spesso e volentieri copiate dal manuale del Fondo monetario internazionale: più flessibile della Germania sugli strumenti, ma non sui fondamentali economico-finanziari. 

A proposito di euro-rigorismi: ieri la Ue ha confermato che all’Italia non verranno chieste nell’immediato manovre aggiuntive. Per la verità anche l’ennesimo monito del presidente dell’Eurogruppo, il falco olandese Djisselbloem, ha avuto lo stesso accento di realismo. Molte promesse last-minute della legge di stabilità che Renzi porterà in Parlamento come ultimo atto del suo governo saranno prevedibilmente cancellate, ma non è’ escluso che – ad esempio – i primi stanziamenti per la ricostruzione post-terremoto vengano comunque autorizzati fuori bilancio da Bruxelles. È in generale il clima politico-finanziario a essere oggettivamente diverso a confronto del secondo semestre 2011.

Allora la Merkel con il presidente francese Sarkozy (non estranei gli Usa di Obama) osservarono compiaciuti mercati e agenzie di rating attaccare l’Italia di Berlusconi. E Mario Draghi, italiano appena designato alla presidenza della Bce, come primo atto dovette sottoscrivere il diktat a Roma sull’austerità. L’Italia non andò in default, ma cinque anni dopo alcune banche sono “saltate” per davvero assieme a decine di migliaia di imprese debitrici. La ripresa è ancora zero virgola, il debito non è diminuito, la pressione fiscale è ai massimi e ci sono ancora in giro esodati della riforma Fornero.

Questo osservato, Draghi domani potrà difendere in consiglio Bce il suo programma di espansione monetaria che è dal 2015 la polizza d’assicurazione per i Btp italiani e l’unica reale leva anti-recessiva in azione nell’eurozona. L’instabilità politica e la debolezza economica italiane gli attireranno nuovi rimbrotti da parte della Bundesbank (ieri è già giunto un ennesimo avvertimento dell’Ifo tedesco), ma è improbabile che i falchi di Berlino trovino oggi sponda ultima nella cancelliera all’inizio di una lunga e incerta campagna elettorale in Germania. Senza dimenticare che l’abbandono lento del quantitative easing, con rialzi molto graduali di tassi, sta diventando negli Usa la trincea della Fed “democratica” contro le prime spallate di Donald Trump: e la Merkel sta facendo dell'”eredità Obama” una pietra angolare geopolitica della sua quarta candidatura. Sei mesi dopo Brexit, all’indomani della resa di Hollande a Parigi, l’Europa non sembra dunque più quella che ancora nell’estate 2015 imponeva misure draconiane alla Grecia.

La Ue odierna potrebbe invece rivelarsi più simile a quella che nel 2012 affrontò la crisi delle banche spagnole, cui è in parte accostabile oggi la situazione delle banche italiane. L’Unione bancaria allora non c’era: anzi fu proprio nel consiglio Ue che decise aiuti straordinari alla Spagna che Ue e Bce gettarono le basi della nuova vigilanza bancaria sovrannazionale da parte di Francoforte. L’Italia che contribuì al salvataggio delle banche spagnole e ricapitalizzò le sue sul mercato è la stessa che non ha praticamente messo un euro nei capitali delle sue banche dopo il 2008, a differenza della stessa Germania. Le condizioni tecniche e politiche per un intervento pubblico circoscritto sui Montepaschi in deroga alle regole del bail in ci sono tutte: il provvedimento è pronto sulla scrivania del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (candidato successore di Renzi) ed è significativo il mese di proroga ufficiosamente concesso dalla Bce per il salvataggio.

Da alcuni giorni l’economista Lucrezia Reichlin – molto ascoltata da Draghi – sottolinea che ci sarebbero le condizioni e gli strumenti per inserire nella generale “transizione europea” una fase di sistemazione delle crisi bancarie accumulate dopo il 2008 – non solo e forse non principalmente in Italia – e consentire all’Europa di affrontare un prevedibile di tutte le sue istituzioni con un sistema bancario risanato e ristrutturato. Perché ormai il problema non sembra più “se salta l’Italia in Europa”, ma se l’Europa resisterà alle pressioni, alle spinte e agli strappi che la metteranno sotto tensione dentro e fuori nel suo prevedibile “anno più lungo”.

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