Lei, Immacolata, piange

- Laura Cioni

Oggi la Chiesa cattolica celebra l’immacolata concezione di Maria. Il suo Sì allo Spirito Santo fu il più libero e il più gratuito di tutti gli assensi del mondo. LAURA CIONI

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Beato Angelico, Annunciazione del Convento di San Marco, Firenze (1440-50)

Tota pulchra es Maria
et macula originalis
non est in te.
Tu gloria Israel
Tu laetitia Ierusalem
Tu onorificentia populi nostri.
Tu advocata peccatorum.
O Maria, o Maria.
Virgo prudentissima
Mater clementissima
Ora pro nobis.
Intercede pro nobis
ad Dominum Deum nostrum.

Così si cantava una volta nella novena dell’Immacolata, in un latino così semplice che poteva essere compreso da tutti. E la melodia gregoriana accompagnava il testo con note lente e solenni, non prive di intima commozione.

Non è a caso che la fede dei poeti abbia avuto espressioni di grande bellezza proprio nel canto della vergine Maria: da san Bernardo a Dante, da Petrarca a Novalis, da Manzoni a Verlaine, da Péguy a Rilke, da Claudel a Testori: in lei si riassume la lode della donna “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”.

Ma nessuno come Gesù ha detto di lei. Suo figlio, forse l’unico in grado di saperne il segreto, di essere con lei nel profondo del suo cuore, la loda come colei che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica (cfr Lc 8,21) .

E allora la piccola casa di Nazareth poteva essere come un’immagine del Paradiso, un lembo di cielo in terra dove una famiglia faceva la volontà di Dio, illuminata dalla luce del Verbo e dal chiarore di Maria. Quella piccola casa che, secondo la tradizione, gli angeli avrebbero portato a Loreto secoli dopo, vide l’annuncio dell’Angelo a una giovane donna che non sapeva di essere preservata dal seno materno da quella macchia originale che offusca la libertà di ogni uomo. Per questo il suo assenso fu il più libero e il più gratuito di tutti gli assensi del mondo. Per questo ogni donna, in qualsiasi condizione si trovi, vede in lei l’ideale compiuto della propria femminilità, in cui l’obbedienza non è debolezza, l’umiltà non è meschinità, la prudenza è coraggio, il dolore è amore. E l’uomo la prega in ginocchio, come un cavaliere la propria dama o come un peccatore l’avvocata, o come un bambino triste si rifugia nelle sue braccia.

Lei, così unita ai popoli da prendere le fattezze indie sul mantello di Juan Diego ed essere venerata come la Morenita; lei, così vicina a Bernadette da parlare il dialetto di Lourdes per confermare il dogma solennemente proclamato dalla Chiesa, che si celebra nella festa di oggi. Lei, confinata nella piccola casa di Nazareth a badare ai suoi due uomini, con qualche breve spostamento nella terra dei suoi padri, dimostra una sovranità sul tempo e sullo spazio che ne fa la regina. In un antico dipinto Lei viene incoronata nella gloria del Paradiso, ma il suo volto è rigato di lacrime. Anche nello splendore più alto, Lei non dimentica la terra intrisa del pianto delle guerre, delle violenze, delle malattie, delle ingiustizie.

Piange. Quale atto più commosso e pietoso, più femminile e più puro? 

Ma se Lei è la regina, allora è anche potente. La sua potenza è quella dei miti, di quelli che pregano. In ciò anche noi, maldestri eppure non di rado arroganti, possiamo imitarla.

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