Sarà l’artigiano a salvare l’Italia?

- Giorgio Vittadini

La Fiera dell’Artigianato che si è tenuta anche quest’anno a Milano con espositori di tutto il mondo e gran numero di visitatori è un esempio per il futuro dell’economia. GIORGIO VITTADINI

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Studente a un corso di apprendistato

Come mai l’Artigiano in fiera (a Milano dal 3 all’11 dicembre) dopo ventuno edizioni continua ad attrarre tanti visitatori che si aggirano curiosi, osservano, chiedono e poi anche comprano?

Alcuni semplici esempi possono dare un’idea.

Quale mestiere può sembrare più antico e desueto che il riparatore di ombrelli? Ma può diventare lavoro di un artista moderno se si abbellisce quel semplice oggetto che ci ripara dalla pioggia utilizzando ornamenti e finiture tra cui gli elementi di Swarovski. Così oggi l’Ombrellificio Il Marchesato di Saluzzo in provincia di Cuneo esporta negli Stati Uniti, in Russia, Cina, Giappone, Australia e vari paesi europei.

Si possono produrre lavori in ferro su commissione, con la tecnica del taglio laser e poi proporli su web in tutto il mondo, inventandosi da zero artigiani, come hanno fatto i titolari dell’azienda Ferrovivo, di Viterbo nata nel 2004.

Si può mettere la tecnologia più moderna al servizio dell’arte come fa Tobias Muller giovane berlinese che fotografa l’iride degli occhi, “qualcosa di intimo”, molto più ricco di suggestione e ricordi di una normale foto ricordo per i clienti.

Si può lottare contro la disoccupazione senza aspettare il sussidio dello Stato, come hanno fatto quattro giovani artigiani di Terra Siciliae che hanno reinventato il celebre cannolo siciliano e spediscono a domicilio in un adeguato packaging le sue diverse parti da comporre: la crosta di cannolo e la ricotta di bufala.

Cosa ci insegnano questi e numerosi altri esempi?

Il passo che è stato fatto – e che sempre più farà questo settore – è quello di superare l’idea un po’ romantica dell’artigiano chiuso in un piccolo mondo da conservare quasi di nascosto. Dal vecchio laboratorio di una volta si è passati a piccole imprese con dipendenti e collaboratori capaci “di infilarsi” tra gli interstizi di mercato che le grosse aziende faticano o non sono interessate a raggiungere.

Introducendo nel suo lavoro innovazione, tecnologie digitali, potenzialità offerte dalla Rete, l’artigiano di oggi ha saputo anche entrare con intelligenza nella cosiddetta economia globalizzata, proponendo cose che servono e sono belle non solo nel suo ambito locale, ma al mondo intero. Producendo e lavorando “in casa”, grazie all’e-commerce, l’artigiano moderno vende ovunque prodotti che conservano la caratteristica di essere altamente personalizzati, creati su misura per le esigenze del singolo cliente e non omologati alla produzione di massa.

Si deduce da tutto questo che il mondo dell’artigianato sembra destinato a offrire una via d’uscita da alcuni mali del sistema in cui siamo immersi.

Così se l’industria sempre più tecnologica e interconnessa minaccia di ridurre ulteriormente i posti di lavoro, le imprese artigiane, capaci di coniugare la qualità a una visione moderna e internazionale, stanno aumentando le loro dimensioni, offrendo quindi più lavoro. Così dal 2014 in Italia sono nate 243mila imprese artigiane, il 23,7 per cento di tutte le imprese nate in quel lasso di tempo. 

Non solo: nello studio “Mutamenti nella composizione dell’artigianato” pubblicato da Ires-Istituto di Ricerche Economico-Sociali del Piemonte nel 2015 si dice inoltre che dal 2007 è in atto un’importante tendenza al ritorno in patria di numerose produzioni manuali che erano state localizzate altrove. Le riallocazioni in Italia costituiscono il 60% di tutta la quota europea.

Ma il bene non è solo quantificabile in aumenti di fatturato e dipendenti, in controtendenza in questo momento di crisi.

Se il mercato, per fare margini, continua a richiedere prodotti standardizzati, l’artigianato suscita l’interesse di sempre più acquirenti, perché sa rispondere come nessun’altra realtà economica all’inalienabile bisogno di bellezza, qualità, originalità. I manufatti artigianali e le produzioni su piccola scala sono destinati “a soddisfare le esigenze di un numero sempre maggiore di persone che preferiscono la produzione fatta su misura, locale, biologica (ed ecologica) alla produzione industriale di massa” come afferma ragionando a livello globale la rivista inglese “The resident”. 

Le persone cominciano a capire che c’è un perché nell’alternativa al prodotto di massa, soprattutto quando esso ha prezzi accessibili. Ci sarà forse un’utilità nei mega centri commerciali e negli oggetti usa e getta, ma è giusto ricordarsi che i primi sono ecomostri che addormentano l’anima e entrambi rischiano di renderci robottini ammaestrati. Il liberismo selvaggio delle multinazionali ci ha fatto dimenticare che il valore di scambio nasce anche dal valore di uso che comprende il significato e la bellezza che veicolano gli oggetti, come recitava in uno dei passi più dimenticati Adam Smith, il fondatore dell’economia moderna. Il nuovo artigianato ce lo fa riscoprire.

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