Italians do it better

- Giorgio Vittadini

Come mai anche se tutti si lamentano, nel ranking mondiale il sistema sanitario italiano è tra i primi al mondo, lasciando indietro paesi come gli Stati Uniti? GIORGIO VITTADINI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

E’ confortante sapere che in una recente indagine di Bloomberg l’Italia compaia come il secondo Paese al mondo per la buona salute dei suoi abitanti e come il primo in Europa. Diversi sono i parametri utilizzati, tra cui l’aspettativa di vita, il tasso di mortalità, la percentuale di popolazione assistita dal sistema sanitario, l’efficienza del sistema, la soddisfazione dei pazienti, il numero di fumatori, la percentuale di persone immunizzate. Non è un fatto episodico: l’Italia era seconda anche nel 2000, nell’unica classifica stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A cosa si deve questo risultato se, come sappiamo, sono in atto tagli alla spesa, la crisi economica si fa ancora sentire e la popolazione invecchia? Innanzitutto quello italiano è un sistema misto statale-privato convenzionato che lo differenzia in modo sostanziale da Paesi come gli Stati Uniti. In America vige un’offerta prevalentemente privata di assicurazioni in regime di mercato non accessibile a tutti. Prima della riforma Obama, la cui reale applicazione in molti Stati americani è tutta da dimostrare e i cui esiti sono ancora da verificare, gli over 65, con il Medicare, e i poveri (concetto flessibile che dipende da Stato a Stato), con il Medicaid, avevano diritto a un’assistenza pubblica minima di qualità ben inferiore alle cure complete acquistabili tramite assicurazione. Ne consegue che, a fronte di prestazioni di alto livello per i più abbienti, in questa situazione si tende a discriminare pesantemente i più poveri e anche i pazienti più gravi perché più costosi. Inoltre, oltreoceano l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL è del 17% a fronte del 9,2% italiano.

Il fatto è che Medicare e Medicaid benché coprano prestazioni di bassa qualità, sono anche poco efficienti e per questo costano molto. Inoltre le assicurazioni lucrano alla luce del sole e per uno stesso bene e servizio americano si giunge a spendere negli Usa quattro volte di quanto si spende in Lombardia: il mercato puro in sanità fa esplodere i costi, non li diminuisce. 

In diversi stati del Nord Europa, invece, la sanità è prevalentemente statale, anche se in un sistema come quello inglese le strutture, pur essendo pubbliche, sono caratterizzate da forte autonomia e sono sottoposte a valutazione. Nonostante ciò la poca concorrenza comporta spesso scarsa efficienza e un diverso livello qualitativo sul piano dell’efficacia: alla fine, pur in un contesto diverso, si può finire in ospedali pubblici poco validi, con liste d’attesa e razionamento delle prestazioni. Infatti, in Gran Bretagna si parla di “postcode lottery”: la qualità delle cure dipende dalla zone in cui si vive. Se non ci fossero le “charity”, realtà private estranee al sistema sanitario nazionale che si prendono cura gratuitamente di tanti indigenti, la situazione sarebbe anche peggiore.

Ciò che caratterizza invece l’esperienza italiana è un sistema misto statale-privato “regolato” dall’ente pubblico che garantisce l’universalità del servizio, impedisce al privato di fissare i prezzi delle prestazioni e, come rileva la recente indagine Oasi di Cergas-Bocconi, destina circa il 35% del fondo sanitario nazionale all’acquisto di prestazioni presso soggetti privati, accreditati o convenzionati. Solo il 22% della spesa sanitaria complessiva è coperta da consumi privati del cittadino senza intervento del sistema sanitario nazionale.

Le regioni migliori, Lombardia, Emilia, Toscana, pur partendo da filosofie politiche diverse sul rapporto pubblico-privato, sono capaci di garantire equità di trattamento, autonomia, competizione virtuosa tra le strutture. Che un sistema misto regolato sia interessante per tutti lo mostra il fatto che anche in UK, dopo la riforma del 2013, stanno aumentando le realtà private. Tuttavia, una tale spiegazione non sembra ancora sufficiente a giustificare la posizione dell’Italia nel ranking di Bloomberg che riguarda il territorio nazionale nel suo insieme, ma dove permangono fortissime differenze tra regioni virtuose e meno virtuose in termini di sprechi, malasanità, tempi di attesa, efficacia delle cure, come dimostra la forte migrazione intra-regionale (circa il 10% dei pazienti lombardi vengono da altre Regioni). 

Ci sono quindi almeno due altri motivi per spiegare l’eccellenza della sanità italiana. Il primo, citato anche da Bloomberg, è da far risalire allo stile di vita, come più volte si è detto anche in questa sede: una dieta equilibrata come quella mediterranea, che è gusto, anche di stare a tavola, e non semplice alimentarsi; lo spazio dato ai legami familiari ed amicali; l’amore per le cose belle. In una parola, un gusto per la vita che, anche se sopito, non è morto e decide della qualità della salute. Il secondo motivo riguarda il fatto che il nostro è uno dei pochi Paesi in cui la singola persona non è vista in funzione del suo valore sociale o della sua capacità produttiva. 

In Italia si pensa ancora che abbia senso curare gli anziani, tenere in vita i disabili (almeno quelli che vengono fatti nascere!), assistere i malati cronici. Non è un caso quindi che, nei giorni scorsi il Parlamento abbia approvato in modo trasversale il primo via libera al ddl detto “Dopo di noi”, pensato per aiutare i figli disabili dopo che siano morti i genitori.

In Italia esiste ancora, più che altrove, una rete di opere, di carità, di solidarietà, un tessuto sociale che, seppur con fatiche enormi, condivide e accoglie l’esistenza di disabili, anziani, disoccupati.  Un sistema ospedaliero equilibrato, uno stile di vita ancora un po’ umano, un’attenzione agli ultimi ancora presente. Nonostante i nostri immensi guai la vita è migliore che altrove: Italians do it better. Più che mai, per non perdere questo patrimonio, ci vorrebbe un’educazione del popolo…

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