Non siamo più il centro del mondo

L’incontro straordinario tra papa Francesco e il patriarca Kirill ha stravolto le carte in tavola: l’Europa non è più il centro del mondo, dobbiamo prenderne atto. PIGI COLOGNESI

22.02.2016 - Pierluigi Colognesi
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L'incontro tra Francesco e Kirill

La Dichiarazione congiunta che Francesco, Vescovo di Roma, Papa della Chiesa Cattolica, e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, hanno firmato – in quest’ordine non casuale e definendosi con questi precisi titoli — è stata giustamente definita «storica». Per la prima volta, infatti, la guida ultima dei cattolici ha incontrato il pastore della comunità ortodossa di gran lunga la più numerosa, quella russa; incontri tra il Pontefice romano e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli (il primus per onore tra quelli dell’ortodossia) erano diventati ormai abituali dopo lo storico abbraccio tra Paolo VI e Atenagora il 7 dicembre 1965. 

Nel folto della polemica si diceva che la fiaccola della verità cristiana era passata dalla città dei sette colli alla Seconda Roma (Costantinopoli/Bisanzio) dopo lo scisma del 1054, per poi approdare nella Terza, Mosca appunto, e nessun patriarca di questa terza Roma aveva mai abbracciato chi sedeva sulla cattedra della prima. 

Dopo il Concilio di tentativi c’erano stati, soprattutto per l’insistenza  di Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI poi; dalla proverbiale riservatezza della diplomazia vaticana ogni tanto filtrava la notizia che l’incontro era imminente ora a Vienna, ora a Budapest ora a Bari o in altra città europea, ma non se ne fece mai niente. E d’improvviso ce lo siamo sentiti annunciare come programmato per il 12 febbraio a L’Avana. 

È evidente che la scelta di una saletta disadorna dell’aeroporto della capitale cubana è l’esito delle lunghe negoziazioni che hanno condotto all’incontro, ma il paragrafo numero 3 della Dichiarazione mi ha fatto considerare questo dettaglio con maggior attenzione. Dice: «Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15)».

La nostra Europa è «vecchia» e per di più sovraccarica di «antiche contese» e quindi meno adatta a far sgorgare la nuova prospettiva di collaborazione tra il Papa venuto a Roma dagli estremi confini del mondo e il Patriarca di una nazione per tre quarti in Asia. Non intendo accodarmi al luogo comune che contesta l’eurocentrismo e resto arciconvinto che la civiltà europea ha in grembo tesori perfettamente utilizzabili da tutti, sia per il presente che per il futuro. 

Tuttavia non posso non constatare che l’orizzonte è inesorabilmente cambiato, si è fatto più complesso. Nuovi popoli quasi sconosciuti si impongono alla nostra attenzione perché vengono da noi (i disperati che cercano di raggiungere le nostre coste, i cinesi che gestiscono miriadi di negozi nelle nostra città, emiri che ne comprano interi rioni, eccetera); di altri popoli conosciamo ancora meno e le loro culture e società procedono e crescono indipendentemente da noi.

Non siamo più il centro. Se dapprima questa constatazione lascia sconcertati (perché si capisce di dover improvvisamente aggiornare l’armamentario di pensieri in cui si confidava), poi si coglie l’enorme opportunità di questa situazione. Anzitutto per effettuare ancora una volta la verifica delle sicurezze su cui poggiamo (anche attraversando il travaglio della purificazione dalle scorie) e poi per condividere la nostra ricchezza con la libertà di chi ancora non la conosce. È chiaro che penso, innanzitutto, al tesoro della fede cristiana.

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