Il peccato e la festa

- Marco Pozza

Cosa centra Kafka con il figliol prodigo? E’ quel desiderio di libertà assoluta, di essere il re di se stesso che porta alla rovina. Ma l’amore di Dio non si ferma mai. MARCO POZZA

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

Forse, fuggendo, non avrà nemmeno sbattuto la porta: più che di rabbia, la sua partenza sapeva di noia. Mica chissà quali grattacapi dentro casa: semplicemente la noia s’era impadronita di quell’intimità. Un’esigenza d’infinito, più che un’incompatibilità di carattere: “Voglio godermi fino in fondo la vita”. La storia, tra le mille, è d’impareggiabile beltà: narra l’epopea di una sete d’infinito zittita col biberon di falsi infiniti, “vivendo da dissoluto”(Lc 15). Senza abah.

Quella casa è un porto di mare: gente che va, gente che rimane. Non è che in quella famiglia sia lecito far ciò che si vuole: è che il capofamiglia li ha allevati convinto che non c’è gioia senza libertà. Li ha tirati-su liberi sin dalla tenera età: liberi d’andare, di restare, d’amare, liberi di smentire, di sollazzare. Di bere dalla bottiglia o, con più garbo, dal bicchiere. “Partì per un paese lontano”, annota l’evangelista. O forse era vicino, più vicino nel suo cuore della casa dentro la quale abitava: il paese dei balocchi, per quanto distante sia, è sempre ad un tiro di naso. Laggiù vivacchia sonnecchiando: donne e motori, goduria e stordimento, sensi ed eccitazioni, vibrazioni. “Questa sì che è vita, signori!”, si sarà pur detto nel mezzo di tutto quel trambusto di faville.

Pensava a lui il romanziere Kafka quando ragionava sulla libertà? “Si temono la libertà e la responsabilità e quindi si preferisce soffocare dietro le sbarre che ci si è costruiti da sé” (Conversazioni con Kafka). Non ci avesse pensato, sarebbe ancor più tribale la bellezza di quell’arresto: “Allora ritornò in sé”. L’illusione è un solletico: la professionalità di Satana è vendertela come felicità. Mica rozzo quel venditore di sterco: in caso d’incidente, poi, non garantisce l’assistenza.

Ha perduto tutto il figlio: il cuore, ancor prima della faccia, del resto. Colui che tentò di diventare re di se stesso, è nudo. Il re è nudo: a contemplarlo, un branco di porci, qualche mandriano. Gli è rimasta la miseria: anche l’amarezza è un piacere, un piacere malaticcio. Proprio “una miseria” gli è rimasta, poco più di niente. Eppur sufficiente per non sfiancarsi del tutto sotto i morsi della fame: “S’accorge che la sua vita è vuota e che in realtà era libero e grande proprio quando viveva nella casa di suo padre!” (Benedetto XVI). La miseria sommata ad una memoria, quella del volto del padre, del tavolo da cucina: intimità, gusto, confidenza. E’ un colpo di fulmine, su cielo nuvoloso: “Mi alzerò”. Ci sono volti-museo: cerati, imbalsamati, perfetti, anche muti. A guardarli non capita nulla. Ci sono volti-giardino: smunti, fiacchi, tempestosi, anche parlanti. S’illuminano solo in caso di emergenza: “Se hai bisogno, chiama. Sono qui”. A pensarli, ci si rizza in piedi dalla vergogna: la grazia più grande che la creatura possa mendicare al suo Creatore. Che Dio conceda ad una creatura.

Dicevano in tanti: “Vedrai che torna quando ha fame”. Altri li correggevano: “Quando l’acqua arriva al collo, imparerà a nuotare”. Fallirono il bersaglio i primi tanto quanto i secondi. La spinta per il ritorno fu di tutt’altra specie: la segreta certezza che suo padre era già in strada, ad aspettarlo. Mica l’aveva visto di nascosto: era una percezione, un’avvisaglia nel sonno, un guadagno di sguardi condivisi. S’era mangiato un’eredità, solo il volto di papà era riuscito a salvare: uno sguardo fisso sul Padre basta e avanza. Il figlio: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te”. Il Padre: “Presto (…) facciamo festa”. Il fuggiasco parla di peccato, il Padre di festa. Dio, certe sere, soffre di amnesia: non c’è verso di fargli tenere a mente certe pagine del nostro passato. 

Il fratello di Giamburrasca s’imbufalisce: riaccoglierlo, anche secondo lui, era giustissimo. Imbandirgli una festa, però, gli sembrava come esagerare. Il problema è sempre quello: quando ama, Dio non riesce a contenersi. Han provato in tanti a farglielo capire, anche con una Croce addosso. Niente: non c’è stato verso di fargli cambiare idea.

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