Territorio: come è bella la città?

- Giorgio Vittadini

L’importanza della salvaguardia del territorio, una concezione dell’edilizia che sia per il bene comune, sono argomenti che meritano spazio nel dibattito elettorale. GIORGIO VITTADINI

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Milanofiori vista dal Parco Sud

La sfida elettorale in programma nei prossimi mesi vede impegnati alcuni dei più grandi comuni italiani, tra cui Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari e Bolzano.

Con queste elezioni diventerà poi esecutiva l’istituzione delle città metropolitane, fatto che riguarda tutti gli attuali capoluoghi provinciali e dunque il ruolo di questi Comuni sta per diventare sempre più importante nella concezione, nell’uso e nella salvaguardia del territorio. Un tema, quello dell’uso razionale e rispettoso dell’ambiente e di tutto il territorio, destinato finalmente ad affermarsi come imprescindibile per il benessere dei cittadini.

A questo riguardo, nella storia del nostro Paese occorre distinguere e separare il loglio dal grano.

Il “grano” è stato quel modello che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, da una parte ha consentito a un gran numero di italiani di avere una casa di proprietà (circa il 76% dei cittadini oggi possiede un’abitazione), pur non disponendo di grandi somme di denaro; dall’altra, ha fatto nascere grandi opere infrastrutturali – una per tutte l’Autostrada del Sole – che hanno cambiato il volto del Paese. L’esperienza di grandi imprese e maestranze italiane è stata protagonista in tutto il mondo, basti pensare al contributo nella progettazione della diga di Assuan in Egitto e nella progettazione e realizzazione della diga di Kariba nello Zambia.

Il “loglio” è stato invece quell’intreccio tra palazzinari, costruttori senza scrupoli, politici intrallazzati, funzionari compiacenti che dura, in parte, tuttora e che ha prodotto cementificazione delle coste, speculazione edilizia selvaggia, disboscamenti con conseguenti frane, incanalamento dei fiumi all’origine di alluvioni, edificazione di enormi periferici quartieri-dormitorio.

Secondo i più recenti dati ISPRA in Italia si continua a consumare il suolo in modo sconsiderato, con una media di 55 ettari al giorno e una velocità tra i 6 e i 7 metri quadri al secondo.

E’ dunque più che lecito chiedere a chi è in campo nella sfida elettorale che cosa vuole, se il grano o il loglio.

Alcuni esempi in atto, oltre a chiarire ulteriormente la posta in gioco, mostrano un fattore decisivo: la possibilità che schieramenti politici anche opposti arrivino alle medesime conclusioni, spinti dall’interesse per il bene comune.

Nel 1990 la Regione Lombardia con una legge innovativa istituiva il Parco Agricolo Sud Milano, una superficie di 47.044 ettari e un territorio che si estende dalla Valle del Ticino a quella dell’Adda e in cui operano circa 1400 aziende agricole. In questo modo si metteva un evidente freno alla cementificazione di un’area che fa da cintura alla città. Nel novembre 2014 poi, in ottemperanza alle disposizioni UE che chiedono “un consumo netto di suolo zero” entro il 2050, è stata approvata una legge sul consumo di suolo (il cosiddetto “patto per lo sviluppo sostenibile del territorio). Grazie a questa legge per i successivi tre anni è stato imposto il divieto di costruire sul suolo agricolo, mentre l’introduzione del concetto di Bilancio ecologico del suolo permette l’occupazione di spazi liberi solo compensandoli con “il ripristino ad usi agricoli e seminatura di aree di pari superficie in precedenza urbanizzate e impermealizzate”.

Qualcosa di simile è accaduto in Sardegna. Nel settembre 2006, con un successivo adeguamento nel 2014, è stato approvato il Piano paesaggistico regionale “redatto ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio”: da allora, fra le altre cose, non si può costruire nella fascia dei trecento metri dalla battigia. E’ il primo intervento del genere a livello nazionale secondo cui il paesaggio incontaminato della Sardegna è di per sé un valore unico e per questo competitivo, in un modello di turismo (e più in generale di sviluppo economico) che punta sulla tutela dell’ambiente naturale. 

Ci sono poi esempi di effettiva collaborazione ideale bipartisan che hanno funzionato, come quello di Milano.

Grazie all’idea di collaborazione tra privato e pubblico, nel periodo 1997-01 nell’era Albertini l’assessorato Sviluppo del territorio (ex Urbanistica ed edilizia) ripensa in grande Milano:  riqualificazione di sette aree industriali dismesse, rimozione dei vincoli che impedivano la costruzione in altezza senza cui non si sarebbero mai potuti costruire i nuovi grattacieli; rilancio della Fiera (ferma dal 1994) con la costruzione di quella di Rho; investimento di oltre 182 milioni di euro con l’istituzione di otto milioni e mezzo di metri quadrati di nuovi spazi verdi. 

Con la seconda Giunta Albertini si procede nella logica di partenariato tra un Comune non burocratico e non statalista e un privato che vuole collaborare con regole chiare e trasparenti. Nella città meneghina accade quindi qualcosa di inusuale. In un quadro in cui l’alternanza tra partiti diversi, tanto invocata dai media come segno di democrazia, è stata sempre l’annullamento di ciò che di buono era stato fatto in precedenza, la giunta Pisapia introduce modifiche che non stravolgono l’impostazione degli interventi proposti dalla giunta precedente: il nuovo regolamento edilizio che ha introdotto regole sulla qualità e sul risparmio energetico degli edifici, la valorizzazione di parti della città dismesse e abbandonate da anni come la Darsena (inizio dello scoperchiamento dei Navigli voluto dal 97% dei cittadini), una nuova politica dei parchi urbani, la continuazione dei programmi di housing sociale per giovani, anziani, studenti, meno abbienti, in collaborazione sussidiaria con soggetti non profit.

La partita è grossa in vista dell’inizio dell’attività, come detto all’inizio, delle città metropolitane. Non significa voler essere luddisti a ogni costo, ma pensare al territorio come res communitatis di cui godere tutti, non res nullius da distruggere da parte di alcuni. Per poter dire finalmente convinti, ma senza l’amara ironia di Gaber: “come è bella la città…”.

 

PS. Dopo il mio editoriale “Meglio Sussi che morti!” mi è arrivata la mail di un lettore che chiede spiegazioni sul numero di visitatori unici del sussidiario. Ho parlato nell’articolo di quasi 11milioni di utenti unici raggiunti nel mese di febbraio (per l’esattezza 10.998.097) che hanno rappresentato un record per il nostro giornale. I dati che vi ho riportato sono certificati da Google Analitycs e non da Audiweb, a cui il sussidiario non aderisce.

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