La bambina e il (nuovo) Presidente

Le parole d’ordine imposte dal pensiero dominante sono nemiche dell’esperienza e di ciò che l’esperienza ci manifesta, di noi e degli altri. L’editoriale di RIRO MANISCALCO

13.04.2016 - Riro Maniscalco
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“Ok, la prima cosa l’hai imparata dal nonno, ma la seconda no…”.

Converso con Julia, la nostra nipote più grande, sette anni e mezzo. Converso come facciamo noi in un guazzabuglio linguistico in cui però siamo perfettamente a nostro agio. Ho saputo dalla sua mamma — che poi sarebbe nostra figlia, la più grande anche lei — di questo “pensierino” scritto per scuola. Un pensierino in verità piuttosto adulto che più o meno dice così: “Non possiamo avere un presidente che è nemico degli immigrati, perché senza immigrati non ci sarebbero i nonni, non ci sarebbe la mamma e non ci sarei io; ci vuole un presidente che accolga più diversità, che porti più diversità”. 

In quel pensierino di una bimba di seconda elementare mi colpiscono tanto la carne e sangue del primo spunto quanto l’astrattezza del secondo. Diversità? What is diversity? Cos’è la diversità? E questa parola dove l’hai imparata? 

L’ha imparata a scuola, una scuola cattolica di Brooklyn, New York City. Brava gente che lavora con passione. Mi dispiace che le tue insegnanti non abbiano trovato niente di meglio da insegnarti — perché sai, Julia, al nonno quella parola non piace proprio. Perché? Perché non mi dice niente. Non mi dice niente di te, non mi dice proprio un bel niente della persona che incrocio per strada, né di Marcia e Tony, i nostri “next door” dall’impronunciabile cognome di origine polacca, non mi dice niente di Georgia Ann, Tommy, Martin e gli altri bambini amici tuoi che hanno la pelle molto più scura della tua, e nemmeno dei tuoi cugini dai capelli rossi e gli occhi azzurri. E soprattutto non mi dice proprio niente su come possiamo vivere insieme, io e quel “diverso” lì. Anzi, se guardo qualcuno e lo penso “diverso” mi fa sentire che siamo lontani, che siamo estranei e chissà, forse anche nemici. Dall’estraneità all’inimicizia il passo è breve.

La prendo sulle ginocchia, la guardo diritta negli occhi e le chiedo: “Julia, ma io e te siamo uguali o diversi?” Mi guarda perplessa, gira lo sguardo a destra e a manca come se ci potesse trovare una risposta, stringe le labbra, le spalle, allarga gli occhi… 

“Ecco, vedi”, le faccio, “hai già capito”. Siamo diversi, apparentemente così diversi, eppure cosi uguali. Io sono vecchio e tu una bimba, tu hai i boccoli lunghi fino alle spalle ed io la barba bianca, tu salti come un grillo e io ho le ginocchia a pezzi e mille altre cose eppure sappiamo di essere la stessa cosa, di essere fatti della stessa pasta, di avere lo stesso amore per tutto quello che è bello, buono e giusto, sappiamo di avere lo stesso cuore. Non sono gli enunciati, le prese di posizione pubbliche, la farsa della tolleranza, e nemmeno i diritti sanciti per legge a renderci amici. 

Troppo spesso questi non sono altro che pretesti all’estraneità: ho detto quel che andava detto, sancito quel che andava sancito, adesso lasciatemi stare. Sono strumenti utili solo a creare aree di omologazione, recinti dove crediamo di stare bene, o meglio di essere al sicuro, perché dentro ci sono esclusivamente quelli che la pensano come noi. La logica della diversità ci ha insegnato a radunarci e dialogare solo con quelli che la pensano come noi. 

In questa consacrazione dell’incomunicabilità, in questo arroccarsi nella propria diversità riusciamo persino a raggiungere un risultato paradossale: perdere la ricchezza e la bellezza di ciò che è obiettivamente diverso in ciascuno di noi, fino a negare l’evidenza della realtà. Perché la mia età, la mia barba bianca, le mie ossa non sono come le tue. Ed è bellissimo che sia così!

C’è bisogno di qualcuno che ci prenda sulle ginocchia, ci guardi diritto negli occhi e ci chieda, “Ma io e te siamo uguali o diversi?”. 

Non possiamo aspettarcelo dalla politica, è un compito nostro.

Un compito per chi è disposto ad uscire dal suo recinto. 

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