Lesbo, paura e ragione

- Adriano Dell'Asta

Il prossimo 16 aprile a Lesbos si incontreranno il papa, il patriarca Bartolomeo e Hieronymus, primate ortodosso di Grecia. E lanceranno la sfida cristiana all’Europa. ADRIANO DELL’ASTA

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Tra due giorni nell’isola di Lesbos, uno dei punti in cui vengono concentrate le masse di migranti che l’Europa fatica a gestire, si incontreranno il papa Francesco, il patriarca Bartolomeo e Hieronymus, primate ortodosso di Grecia. Si tratta esplicitamente di un’iniziativa che vuole sottolineare l’esistenza di queste migliaia di diseredati e che, attraverso questo gesto di solidarietà, vuole spingere alla realizzazione di nuovi progetti capaci di rispondere alla tragedia che si consuma ogni giorno di nuovo; ma questo incontro, per certi versi un nuovo incontro del secolo, dopo quello di Francesco e Kirill, rischia di non essere capito o di essere minimizzato in questa Europa che oscilla spaventosamente tra il cinismo e la paura, tra chi vuole scaricarsi di ogni responsabilità e pensa di gestire la vicenda dei profughi affidandola alla Turchia e chi teme di vedere sfigurata l’identità cristiana dell’Europa (ma quale identità cristiana se si rinuncia alla solidarietà?) e sempre più facilitato l’ingresso di gruppi di terroristi (che come si è visto con gli attentati in Francia e in Belgio sono già qui). 

Tra cinismo e paura rischiamo di vedere in questo incontro solo una parata ecumenico-sentimentale che non avrà comunque alcun effetto. Il rischio di questa riduzione c’è, sia in un certo mondo civile, laicista, che vede con insofferenza ogni intervento ecclesiale in questioni concrete, sia in un certo mondo religioso, fondamentalista, che sospetta ad ogni angolo tradimenti della santa fede e delle sue tradizioni.

È però uno sguardo miope che andrebbe evitato a tutti i costi, perché gli sfugge la potenza pratica che ha avuto e potrebbe avere di nuovo uno sguardo di fede sulla realtà e perché paura e cinismo immobilizzano il genio e la ragione.

In un recente editoriale, La Nuova Europa ricordava a questo proposito la vicenda dell’Aiuto alla Chiesa che soffre e del suo fondatore, padre Lardo, che era stato soprannominato così perché, nell’Europa che usciva dalla seconda guerra mondiale e che era anch’essa piena di profughi, per rispondere alle loro esigenze aveva lanciato, nelle Chiese dei Paesi Bassi a lui vicine, non una raccolta di soldi, che realisticamente dovevano circolare ben poco dopo le devastazioni della guerra, ma una raccolta di lardo. 

Idea balzana e di corto respiro, avrà sicuramente commentato qualche saggio del tempo; di fatto padre Werenfried van Straaten (questo era il suo vero nome) riuscì a sfamare milioni di persone, la sua associazione sostenne poi le Chiese europee cadute sotto i regimi comunisti e oggi, quando quei regimi sono miseramente finiti, non ha smesso di operare ma continua con un’attività enorme, sia in aiuto alle Chiese la cui esistenza è resa difficile da regimi che violano la libertà religiosa, sia in sostegno a iniziative atte a migliorare i rapporti tra ortodossi e cattolici.

Per ottenere questo risultato padre Werenfried era partito da un atteggiamento umano che è esattamente agli antipodi rispetto a quello che sembra oggi prevalente: si era rivolto ai suoi fedeli con assoluto realismo, ma nello stesso tempo con una radicale fiducia nell’uomo, che lo aveva portato appunto a chiedere alla sua gente quello che sembrava semplicemente inimmaginabile e cioè che aiutasse “i nemici di ieri”.

Un caso unico, rintracciabile solo in certi momenti privilegiati della storia della carità cristiana, diranno i soliti saggi, cinici e spaventati; in realtà la storia dell’Europa del nostro secolo, ricca di storie di profughi e di migranti (due guerre mondiali, guerre civili, e genocidi non sono passati senza lasciare un segno) è anche ricca di queste storie dove l’attenzione alla persona e ai suoi bisogni quotidiani ha sempre saputo suggerire iniziative impensabili e poi realmente efficaci, dove “l’amore del prossimo ha saputo trasformarsi in una potenza mondiale, in piena indipendenza politica”.

Queste ultime parole sono state utilizzate per definire l’attività di Fridtjof Nansen, che è più noto forse per la sua attività di esploratore, ma che in realtà fu anche l’inventore del “Passaporto Nansen”, lo strumento che subito dopo la prima guerra mondiale creò lui stesso, come Alto Commissario della Lega delle Nazioni, per fornire un documento di identità ai milioni di profughi apolidi che per i paesi di origine, in qualche caso ormai scomparsi (come era il caso dell’impero zarista), e per quelli di adozione semplicemente non esistevano. Anche in questo caso si trattò di qualche cosa che era totalmente impensabile, prima, ma che poi divenne la cosa più realistica ed efficace proprio perché era nata come un gesto di solidarietà e attenzione alle persone nel loro bisogno primario: allora addirittura il bisogno che venisse riconosciuta la loro esistenza.

Senso della realtà, perché i profughi, prima ancora di farci paura o di darci fastidio, ci sono, e senso di umana solidarietà: oltre a essere elementi imprescrittibili della nostra tradizione, e a dispetto di tante contraddizioni, di tanti muri che ancora si vorrebbero costruire, sono anche due delle cose che molti rappresentanti delle nostre istituzioni, europee e nazionali, cercano di tenere presenti nella loro attività; l’incontro del prossimo 16 aprile ha tra l’altro il compito di aiutarci a ricordare e di sostenere chi opera in questa direzione.

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