Si può morire per “cavare” la bellezza?

- Mauro Leonardi

Sembra impossibile che nel 2016 in Italia si muoia ancora di parto, sembra impossibile che nel 2016 si muoia ancora sul lavoro, come ieri a Carrara, eppure accade. MAURO LEONARDI

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Cari lettori, avvisiamo che l’editoriale del venerdì di Giorgio Vittadini uscirà in altra data (ndr).

La tragedia alle cave di Carrara avviene attorno alle 13.30 di ieri. Un grosso lastrone di marmo si sarebbe staccato da una parete, schiacciando due operai della ditta Antonioli mentre un terzo, rimasto sospeso nel vuoto, è stato soccorso e portato al pronto soccorso. Mentre scrivo si sta ancora scavando e così il numero delle vittime non è ancora conosciuto.

Confesso che del marmo di Carrara sapevo solo quanto fosse meraviglioso; come, con le sue venature, abbellisse case e monumenti. Delle cave sapevo ancora di meno. Che non si scava più a colpi di piccone e con un fazzoletto sul viso lo sapevo, ma non molto altro.

Leggere la notizia di queste morti ti fa mormorare “sembra impossibile”: è come quando leggi di qualcuna che muore di parto, oggi, in Italia. Sembra impossibile. Sembra impossibile che nel 2016 in Italia si muoia ancora di parto, sembra impossibile che nel 2016 in Italia si muoia ancora sul lavoro, eppure accade. 

Accade perché la morte è fatta così: arriva e non dà un appuntamento preciso. Noi siamo abituati a vivere e siamo abituati alla sicurezza sul lavoro però, con tutta la nostra capacità di controllo, ancora non siamo riusciti ad anticipare la morte e a scapparle via. Se accade per un incidente assolutamente imprevedibile si può provare a parlare di destino: ma la morte sul lavoro no, accade ancora troppo spesso.

Il marmo è bello, molto bello, però non sapevo fosse così arduo estrarlo. Esiste addirittura un libro denuncia — del 2015 — che racconta del prezzo che gli uomini pagano per poter avere questa meraviglia della natura. C’è un video sugli addetti ai lavori che s’intitola “Ragni bianchi”. Si chiamano anche “tecchiaioli”, cioè coloro che vanno nella “tecchia” ovvero la parete della montagna che sovrasta il piazzale dove lavorano gli operai che estraggono. Il tecchiaiolo mette in sicurezza la parete “sentendone” le feritoie e capendo se la parete “regge”. I tecchiaioli sentono i segni che la montagna dà con un martelletto con cui la percuotono. Si vede che però ieri qualcosa non ha funzionato. Un tecchiaiolo nel video dice: “la  montagna non ti permette di essere sbruffone, perché ha ragione lei, bisogna rispettarla”.

Adesso inizieranno le indagini, le colpe, le accuse, le difese, il pianto dei parenti e degli amici, i funerali, il comune con i suoi rappresentanti, il dolore, l’omelia, i discorsi. Verrà recitato un copione già sentito. È lo spazio dei comunicati dei sindacati, dei datori di lavoro.

Io però ora, per rispetto, voglio fermarmi alla storia di questi uomini che fanno lavori antichi e duri e che hanno tra le mani una storia, una tradizione artigianale, tramandata in famiglia. Adesso voglio solo omaggiare questi morti, o meglio queste vite. Che permettono alla bellezza del marmo di vedere la luce. E, una volta accertate le cause di questo ennesimo disastro, sperare di dover parlare sempre meno di morti sul lavoro, per poter parlare sempre di più e sempre meglio della bellezza e della ricchezza nascoste nelle viscere del nostro paese.

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