Un 18 aprile decisivo

- Pierluigi Colognesi

Il 18 aprile 1948 più di 26 milioni di italiani vanno a votare per le prime elezioni politiche del dopoguerra. Oggi, viviamo nell’individualimo e menefreghismo solitario? PIGI COLOGNESI

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Foto Infophoto

18 aprile 1948. Era domenica e più di 26 milioni di italiani sono andati a votare per le prime elezioni politiche del dopoguerra. Si contrapponevano due blocchi apparentemente equivalenti: la Democrazia Cristiana di De Gasperi e il Fronte Democratico Popolare (comunisti e socialisti) guidato da Togliatti. La campagna elettorale – per le ferite della guerra ancora aperte, per la radicalità dello scontro ideologico, per l’importanza della posta in gioco – era stata infiammata. Il risultato chiarissimo; riporto solo i dati della Camera dei Deputati; votanti 26.855.741 (un incredibile 92,23% degli aventi diritto); alla DC andarono 12.740.042 voti (il 48,51%) mente il Fronte che portava Garibaldi nel suo stemma si fermò a 8.136.637 voti (30,98%). La storia del nostro paese aveva imboccato una precisa direzione.

Su questi risultati, sulle cause che li hanno prodotti, sulle conseguenze che ne sono derivate esistono intere biblioteche di studi, ma ciò su cui mi sembra importante riflettere, a distanza di decenni da quel giorno, sono alcuni cambiamenti intervenuti.

Mentre scrivo non so ancora il dato dell’affluenza al referendum di ieri, ma sono sicuro che sarà lontanissimo dal 92% di quasi settant’anni fa. Lo so bene che il problema della trivellazione non è paragonabile con la decisone del futuro da dare a un Paese appena uscito da una guerra devastante; eppure il disinteresse generalizzato non intacca solo i referendum, ma anche le prossime amministrative (sono pochissimi i segnali di superamento del gossip partitocratico e spartitorio in favore di una collaborante volontà costruttiva) e le future politiche (da anni ci lamentiamo del Partito degli astenuti che cresce di volta in volta). Anche per spiegare questo fenomeno si è scritto di tutto e non tento neanche di fare un sommario elenco delle varie posizioni; quello che mi sembra indubbio è che da quel 18 aprile siano affievolite due cose: la speranza e l’appartenenza.

Per spiegarmi evoco una fantasia: ho immaginato cosa hanno pensato e fatto mio papà e mia mamma (che allora non erano ancora tali e neppure sposati) quella decisiva domenica. A Inzago, il paese in provincia di Milano dove abitavano, i risultati della Camera hanno visto la DC prendere 2.332 voti (addirittura il 69,67%) e il Fronte accontentarsi di un misero 25,13 % pari a 841 voti. I miei genitori non mi hanno mai esplicitamente detto per chi votavano (c’era un riserbo che a noi abituati alle esternazioni più sguaiate appare strano ed invece dimostrava la consapevolezza che si tratta di una cosa seria e delicata), ma sono sicuro che quel giorno in loro c’era speranza e appartenenza.

Speranza perché il giovane che sarebbe diventato mio papà aveva 27 anni, era stato in guerra, si era dovuto tener nascosto dopo l’armistizio e ora il suo sogno era quello di farsi una famiglia e costruire una casetta tutta sua, con l’orto. Non sono speranze meschine, tanto che furono il carburante del boom economico; è la sempiterna speranza (non nella politica, ma che la politica doveva servire) di un futuro migliore che gli batteva in cuore mentre entrava al seggio. Proprio questa speranza appare oggi erosa da un presunto realismo che è invece scetticismo cinico.

Il voto della mia futura mamma è stato probabilmente indirizzato dal parroco. Oggi si griderebbe all’indebita intromissione, ma allora era del tutto naturale che l’appartenenza ecclesiale fosse vissuta in termini così esistenziali da arrivare a interessare ogni livello di vita. In seguito l’appartenenza è stata demonizzata in sé stessa, equiparata al bieco indottrinamento, all’opaco schieramento omertoso. E così la società si è fatta sempre più liquida e l’individualismo solitario e menefreghista è diventato la norma. Ovviamente l’appartenenza ecclesiale precede quella politica; è quindi illusorio pensare che sia l’unità elettorale ad alimentarla; la casa non si costruisce dal tetto.

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