Gita inutile a Mauthausen

- Salvatore Abbruzzese

Una 13enne autistica di Legnano in gita scolastica si vede costretta a dormire con la prof di sostegno in quanto nessuna delle sue compagne vuole dormire con lei. SALVATORE ABBRUZZESE

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Il caso della tredicenne di Legnano affetta da autismo che, nella programmazione di una gita scolastica in Austria (con inclusa la visita al campo di concentramento di Mauthausen) si vede costretta a dormire con l’insegnante di sostegno in quanto nessuna delle sue compagne di classe vuole dormire con lei, rivela un problema strutturale della scuola italiana consolidatosi negli anni: quello della qualità della dimensione educativa intesa come capacità di riconoscimento e di relazione. 

È bene chiarirlo e prendere le misure adeguate. 

La dimensione formativa non si riduce solo all’apprendimento dei contenuti di ogni singola disciplina. Imparare a svolgere insieme delle attività, a parlare e ad ascoltare gli altri, a riconoscere ciascuno nelle caratteristiche che gli sono proprie, non è affatto una dimensione secondaria del percorso educativo ma ne costituisce la premessa indispensabile. Senza questa capacità non c’è obiettivo formativo che tenga, né comunicazione che possa prodursi, né competenza dell’insegnante o supporto informatico che possano venire in soccorso. Una classe nella quale una ragazza affetta da autismo o da una qualsiasi altra diversità sociale che, vista e filtrata dalla cultura giovanile diffusa nella città (in questo caso Legnano), viene percepita come uno “stigma” e quindi, proprio in virtù di questo, viene tagliata fuori da quel circuito di relazioni così importante per la crescita e lo sviluppo di ciascuno, non è un problema che può essere edulcorato, né banalizzato.

È invece un fatto grave che alza il velo su di una dimensione amara che affligge le nostre scuole di ogni ordine e grado: quella di una sostanziale anarchia relazionale, dove l’intera dimensione della comunicazione, del riconoscimento e quindi del rispetto dell’altro, viene delegata ai diversi gruppi già esistenti, ciascuno dei quali la sviluppa e la governa secondo regole proprie. Tale anarchia viene motivata, sin dai primi anni della scuola primaria, con il luogo comune, di profumo vagamente sessantottesco, che i bambini (e, più tardi, i ragazzi) si “gestiscono da sé”. Facendo colpevolmente finta di non sapere che, proprio attraverso queste pretese “autogestioni”, si possono affermare le più varie forme di degrado: dalla legge del branco al primato dei luoghi comuni, dallo stupidario più insulso e demenziale (del quale il lessico miserabile e deplorevole ne costituisce la chiara manifestazione) fino al mancato riconoscimento dell’altro: non è infatti un caso che gli adolescenti manifestino livelli crescenti e, proprio per questo sconcertanti, di omologazione comportamentale. 

Una tale deriva della dimensione relazionale cresce e si sviluppa nell’assoluta indifferenza degli adulti che, al contrario, dovrebbero consapevolmente governarla e dirigerla sin dai primi anni del percorso scolastico, imponendo regole chiare, principi incontrovertibili, assieme alle ragioni che li rendono inevitabili.

Le società storiche non hanno nulla di naturale né di automatico, ma si sviluppano dentro quadri normativi, formali (e soprattutto informali) che governano le relazioni, individuano i principi morali che le regolano e precisano i comportamenti che le rendono realizzabili. Pretendere che tutto questo si verifichi da sé, senza un’adeguata presa di coscienza ed una serie di riferimenti normativi, esplicitamente formulati e consapevolmente sottoscritti, costituisce una grossolana ingenuità. 

Una tale convinzione non può non sfociare in altrettante classi che, benché popolate da tante singole qualità, sono certamente allo sbando dal punto di vista relazionale e quindi sono potenzialmente esposte a quel degrado che porta al mancato riconoscimento ed al mancato rispetto di chiunque mostri la più semplice difformità, riveli la più umana differenza.

Quella ragazza autistica costituisce invece un’occasione preziosa per comprendere la patologia che l’ha colpita. Imparare a relazionarsi con lei dà la possibilità di scoprire un mondo ed un’umanità particolari. È un’occasione per crescere e riuscire a comunicare anche con le altre persone che ne sono affette: è una conoscenza che fa crescere. Per gli insegnanti, ma soprattutto per gli alunni, quella ragazza costituisce un’opportunità importante per avvicinare e comprendere una realtà che, opportunamente affrontata, può essere ridotta nelle difficoltà che produce oltre che far crescere chi vi si impegna. 

Scansare ed evitare quella ragazza rende manifesto il punto zero, la regressione del gruppo di classe all’angolo degli istinti di pancia, in uno spietato gioco del “mi piace/non mi piace”, tra uno stupidario linguistico e l’altro, nel quale baloccarsi in attesa della fine dell’anno scolastico. Di questo degrado ne siamo comunque responsabili.

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