Il serpente che ci mangia

- Luca Doninelli

La nuova mostra “Monumenta” in corso al Grand Palais, a Parigi, presenta quest’anno un’unica immensa opera, Empires dello scultore cinese Huang Yong Ping. LUCA DONINELLI

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Huang Yong Ping, Empires (Foto da theartnewspaper.com)

In un articolo di Le Monde pubblicato ieri si parla in termini abbastanza piccati della nuova mostra “Monumenta” in corso al Grand Palais, a Parigi. Giunta alla settima edizione, “Monumenta” presenta quest’anno un’unica immensa opera, Empires dello scultore cinese Huang Yong Ping. 

L’artista, residente in Francia dal 1989 e non nuovo a opere di grandi dimensioni, con Empires ha superato sé stesso. Si tratta dello scheletro di un gigantesco serpente immaginario (alla maniera cinese). Disposto sapientemente tra il terreno e alcune pile di containers multicolori (una di queste è alta 35 metri), questo serpentone interamente realizzato in alluminio è lungo 254 metri, ed è composto di 316 vertebre e 560 costole. 

Le immagini riportate dal quotidiano francese sono impressionanti. L’enorme bocca spalancata mostra denti rispetto ai quali quelli del micidiale t-rex sono bruscoletti. 

Ovviamente, il successo è assicurato. L’installazione è meglio di qualsiasi parco divertimenti e una volta tanto i genitori non devono insistere con i loro bambini per portarli a vedere una mostra. Sembra siano anzi proprio i bambini a trascinare i loro papà e le loro mamme verso il grande padiglione vitreo di Avenue Eisenhower. 

Ma è stato il tono dell’articolo di Le Monde a suscitare la mia curiosità di lettore. L’autore Philippe Dagen infatti vede in questa scultura un segno della volontà cinese di mettere in mostra, per così dire, i muscoli.

Il bestione deve essere costato una cifra spropositata, che difficilmente lo scultore cinese si sarebbe potuto permettere senza un supporto economico molto ingente e — in qualche modo — “ufficiale”. 

In contrasto con questa pura manifestazione di forza del gigante asiatico (non occorre essere un’aquila per capire che il serpentone di 254 metri rappresenta la Cina stessa), l’autore del pezzo si domanda, legittimamente, se l’arte si possa ridurre a pura grandiosità. E ricorda, anche qui a ragione, che l’insistenza sulla pura spettacolarità (esigita qui da uno spazio enorme, poco adatto a un’arte che non sia appariscente) “di norma non intrattiene buoni rapporti con la sottigliezza e le sfumature del pensiero”.

E’ bello sentire che qualcuno torna a tirare in ballo la subtilité e le nuances quando non già i cinesi, ma noi, noi occidentali abbiamo ridotto l’arte a puro affare, con quotazioni di mercato spesso folli, che lasciano pensare all’arte contemporanea come l’ornamento delle nuovi classi ricche, e alla sua spregiudicatezza come lo specchio della spregiudicatezza di chi è riuscito anche in tempi difficili ad accumulare grandi ricchezze. 

Classi in cerca di una legittimazione estetica, di un modo per sentirsi all’avanguardia del mondo, e dunque migliori degli altri, modello di successo da seguire. Chi vince ha sempre il problema di sentirsi in qualche modo giustificato per la sua vittoria. 

Siamo noi ad avere trasformato l’arte in un gioco per ricchi, e questo a prescindere dagli artisti, alcuni dei quali sono di straordinario valore. Loro non c’entrano, l’artista è oggi quello che è sempre stato: sono le condizioni storiche a collocarli in contesti diversi. Io però non penso che Giotto, Caravaggio, Monet, Bacon o Kapoor siano molto diversi nella sostanza: sono artisti. E’ il contesto culturale a decidere la funzione dell’arte. 

Ma se i valori che ci sono rimasti sono solo il successo e il mercato, in che senso possiamo criticare l’artista cinese? La sua sola colpa è di avere giocato al nostro stesso gioco, solo con più mezzi economici. Se è la ricchezza a vincere, perché il paese il cui Pil sta superando quello americano non dovrebbe poter dire la sua?

Per nostra fortuna, eventi come questo ci aiutano a riflettere sul fenomeno generale, e non è un caso che questo accada in un paese dove, più che in altri, la tendenza dominante ha sempre conosciuto voci contrarie di grande forza (da Marc Fumaroli a Jean Clair).

Vorrei solo aggiungere alla sottigliezza e alle sfumature del pensiero anche il suo dramma, e poi anche il dramma della passione, la forza dell’errore, la fragilità dell’uomo, la sorpresa della bellezza e soprattutto la pietà, possibilmente per tutti, buoni e cattivi. L’arte dovrà pur farsi carico anche di questo.

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