La buona battaglia

Milano, martedì 26 aprile: Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo, ha appena finito di raccontare della sua città martoriata da cinque anni di guerra civile. PIGI COLOGNESI

02.05.2016 - Pierluigi Colognesi
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Martedì 26 aprile, auditorium Gaber del grattacielo Pirelli a Milano: Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo ha appena finito di raccontare della sua città martoriata da cinque anni di guerra civile (in cui però c’è lo zampino artigliato di molti paesi vicini e anche lontani), una città divisa in due parti, una occupata dall’esercito di Assad e l’altra dalle milizie ribelli che vanno dall’Isis ai moderati, una città che è stata per mesi senza corrente elettrica (bisognava arrangiarsi coi generatori) e per settimane senz’acqua (bisognava riattivare vecchi pozzi), una città dalla quale moltissimi sono scappati; una città nella quale si sta combattendo (nonostante gli spiragli di pace accesi dalle trattative di Ginevra) la battaglia decisiva del lunghissimo conflitto siriano.

Il vescovo, francescano di origini libanesi, ha raccontato anche di come la comunità cristiana ha affrontato il disastro: tanti sono fuggiti all’estero, i rimasti si stanno dando da fare per rendere più vivibile la vita in condizioni estreme; per cui se un missile colpisce la cupola della chiesa (fortunatamente senza far vittime a parte qualche ferito) si mettono subito ad aggiustarla perché l’indomani si possa ancora celebrarvi la messa; per cui se un’associazione musulmana che ospita persone bisognose deve lasciare la sua sede pericolosamente vicina alla linea di confine si danno da fare per trovar loro una sistemazione nei locali della parrocchia.

Monsignor Abou Khazen conclude dicendo che la guerra è una cosa terribile e si augura che finisca il più in fretta possibile, ma che in siffatta tragedia i cristiani, diminuiti in quantità, stanno guadagnando molto in profondità della loro fede, e che inoltre la loro ospitalità verso tutti sta facendo interrogare anche gli islamici sul contenuto vero di ciò in cui credono questi presunti “infedeli”. Tutti l’abbiamo ascoltato in silenzio e stupefatti una testimonianza di fede così limpida.

Poi ci sono le domande dal pubblico e un ragazzo ha il coraggio di porre l’interrogativo che s’aggira nel fondo di tutti noi presenti: “Mi scusi, Eccellenza, ma come è possibile parlare — lo ha fatto lei — di un Dio provvidente e misericordioso, quando succedono cose tremende — lo ha raccontato lei — come quella ragazza che ha trovato la mamma fatta a pezzi da una bomba caduta sulla loro casa?”. Io credo che tutti in sala abbiamo capito che questa domanda ha messo a nudo la debolezza della nostra fede di occidentali comodi, senza nessuno dei problemi dei nostri fratelli siriani. È proprio vero che sulla nostra consapevolezza di fede e sulla nostra capacità di aderirvi è passata la nube devastante di Chernobyl (è successo giusto 30 anni fa) per cui ci troviamo addosso una debolezza, uno scetticismo latente, una complicazione che la testimonianza di una fede forte, sicura, semplice mette, per contrasto, impietosamente in evidenza.

Monsignor Khazen ha risposto raccontando di una sua lezione di catechismo ai bambini, ad un certo punto ha chiesto loro: “Cos’è la fede?” e un piccolino ha risposto con sicurezza: “Credere in quello che dice Dio”. “Sappiamo — ha concluso il vescovo — che Cristo risorto ci ha detto che sarà sempre con noi, quindi di che cosa dobbiamo aver paura?”. Cioè ha risposto non con una teoria, ma con l’esempio dei fatti. Noi non abbiamo l’Isis dall’altra parte della strada, ma sicuramente abbiamo da combattere la “buona battaglia”, direbbe san Paolo, della nostra fede in un’atmosfera di pensieri e di interessi che le è radicalmente contro.

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