Povertà educativa, non solo senza soldi

Lo stanziamento di un fondo economico per combattere la povertà educativa suscita domande e chiede approfondimenti non scontati. di GIORGIO VITTADINI

20.05.2016 - Giorgio Vittadini
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Immagine dal web

E’ una di quelle notizie che dovrebbe comparire sulle prime pagine dei giornali, titolata con un “finalmente” e approfondita in lungo e in largo: il governo ha stanziato un fondo per contrastare la povertà educativa. Non un problema, ma il problema cruciale per le sorti di un Paese, almeno come una malattia invalidante, sicuramente più del buco nell’ozono.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito l’importanza dei primi anni nella vita di una persona e soprattutto che l’essere umano, sin dalla nascita, è un potenziale infinito e inesauribile di curiosità, di intelligenza, di bisogno di apprendere. Oltre i progetti, le leggi, gli interventi dall’alto, se non sappiamo accompagnare i nostri figli sin dalla più tenera età a scoprire e valorizzare quello che la natura ha donato loro, resteranno generazioni di giovani invecchiati prima del tempo, rassegnati ad accontentarsi di una sopravvivenza offerta al minimo prezzo, il cui cuore si assopisce in un nichilismo “gaio” (come lo chiamava il filosofo Augusto Del Noce), se non povero.

Da anni il premio Nobel per l’economia James Heckman ha dimostrato che “le disuguaglianze presenti nel rendimento professionale lungo il ciclo di vita sono dovute a fattori che intervengono fino all’età di diciotto anni”. Sempre Heckman sostiene che “se un bambino viene motivato presto ad apprendere e a impegnarsi, è più facile che da adulto possa riuscire bene nella vita sociale ed economica. Inoltre, se la società aspetta a intervenire i costi per rimediare al futuro svantaggio accumulato saranno maggiori”.

Quella che emerge dai suoi studi è un’indicazione radicale da cui le politiche di investimento in capitale umano non possono prescindere.

Il piano del Governo, inserito nella legge di stabilità, prevede lo stanziamento di 400 milioni, di cui cento messi dalle Fondazioni ex bancarie, che saranno investiti nel corso del triennio 2016/18, tramite bandi, in progetti proposti da organizzazioni del Terzo settore e istituti scolastici, anche in partnership con altre organizzazioni.

Povertà educativa non significa solo povertà economica, ma povertà di vita, di opportunità a compiere il proprio cammino di uomini. Un problema che coinvolge una dimensione ben più ampia di quella didattica, tanto che il progetto chiama a farsene carico non solo le scuole ma anche i soggetti della società civile.

I dati raccolti dalla Ong Save the Children e diffusi in questi giorni sono significativi: il 48,4% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro nell’anno precedente al di fuori di quelli scolastici, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico, il 55,2% non è mai entrato in un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva. Ci sono pezzi di mondo intorno ai nostri ragazzi che sono a loro preclusi. Perché? Cosa manca?

Gli studi più recenti, addirittura di organizzazioni internazionali come l’Ocse, stanno considerando gli skills socio emozionali (perseveranza, socievolezza, autostima…) come elemento essenziale di sviluppo del capitale umano.

In ogni caso, per apprendere, per rispondere al bisogno di sapere e capire che ognuno porta dentro di sé, per dare input a capacità e aspirazioni non basta il classico percorso scolastico, occorre aver vicino, quanto prima nella vita, qualcuno che ci insegni a considerare la realtà intera come un’opportunità per sé che va scoperta.

Occorrono adulti che accompagnino i giovani a scoprire il valore per se stessi di quei pezzi di mondo.

Gli osservatori hanno giustamente associato i dati sulla povertà educativa a quelli sulla povertà economica, anche se il nesso tra le due dimensioni andrebbe meglio indagato. In particolare è tutto da dimostrare che in un Paese come l’Italia la povertà economica sia più la causa che l’effetto di quella culturale.

Studi sintetizzati da Eric Hanushek nel 2001 hanno evidenziato la mancanza di una relazione sistematica tra risorse economiche investite e performance degli studenti nei Paesi sviluppati (diversa invece è la situazione nei Paesi in via di sviluppo, dove non vi è accesso ad alcuna esperienza scolastica). L’autore, dopo lunghi anni di indagine, è giunto alla conclusione che il fattore che impatta maggiormente sull’apprendimento è la qualità degli insegnanti.

Anche di questo bisognerà tener conto quando si tratterà di decidere come spendere quei soldi e di fronte alla resistenza tutta italiana a farsi valutare.

Gli studi di Ludger Woessmann hanno messo in luce altri fattori decisivi nel determinare la qualità degli apprendimenti: la valutazione dello studente oggettiva e comparabile e l’autonomia delle scuole nel determinare gli stipendi dei docenti, nelle scelte finanziarie e nella determinazione dei programmi. E a questo proposito si aprirebbero tutta una serie di considerazioni, più volte qui espresse, sull’importanza di un sistema misto (statale, paritario, privato) nel garantire l’innalzamento dell’offerta formativa.

La creazione del fondo stanziato da Governo e Fondazioni, dunque, per quanto importante non può trascurare l’aspetto più decisivo: come saranno spesi questi soldi.



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