L’umiltà della fede

- Pierluigi Colognesi

Caterina Labouré vide la Madonna, la quale la incaricò di diffondere una medaglietta spiegandole per filo e per segno cosa doveva esserci raffigurato. Ne parla PIGI COLOGNESI

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Filippo Lippi, Adorazione del Bambino (particolare) esposto agli Uffizi di Firenze (Immagine d'archivio)

Parigi, inverno 1832, padre Jean-Marie Aladel si reca, assieme ad un confratello della congregazione di san Vincenzo de’ Paoli, dall’arcivescovo della città per domandargli lo strano permesso di poter coniare una medaglia. Padre Aladel è, infatti, il confessore di una giovane suora vincenziana che avrebbe (con l’arcivescovo insiste molto sul condizionale) visto la Madonna, la quale l’avrebbe incaricata, appunto, di diffondere una medaglietta spiegandole per filo e per segno cosa doveva esserci raffigurato. Sul recto la Madonna stessa in piedi sul globo terrestre assalito da un maligno serpente, la Vergine ha le braccia allargate rivolte verso la terra cui invia i raggi della grazia divina; intorno la scritta “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Sul verso la grande M di Maria sormontata dalla croce, il cuore di Gesù coronato di spine e quello della Vergine trafitto da una spada. Monsignor Hyacinthe-Louis de Quélen rimane ad ascoltare attento poi risponde servendosi del più sicuro dei metodi che la Chiesa fin dai suoi primi passi aveva utilizzato: non c’è nessun inconveniente a fare la medaglia perché il suo messaggio è conforme alla sana dottrina cattolica, ma “non si formulino giudizi prematuri sulla natura della visione, né si rivelino le circostanze. Si diffonda questa medaglia, semplicemente. E si giudicherà l’albero dai suoi frutti”.

A Caterina Labouré, la suora che aveva avuto l’incarico dalla Madonna e alla quale padre Aladel non credeva tanto — “Pura illusione” le aveva detto —, non importava che si parlasse di lei, ma che la medaglia fosse finalmente realizzata. Il 30 giugno 1832 ne furono dunque coniati 1500 esemplari. Inspiegabilmente la medaglia si diffuse con eccezionale rapidità e fu necessario produrne in numero sempre maggiore; qualcuno ha calcolato che in soli dieci anni in Francia ne siano state fatte cento milioni (anche Bernadette Soubirous, nella sua Lourdes sperduta sui Pirenei ne aveva una al collo). “Non si rivelino le circostanze” aveva ordinato il vescovo, ma sempre più persone si domandavano da dove venisse l’idea della medaglia che tutti già chiamavano “miracolosa”; nel marzo del 1834 padre Aladel fece stampare un libretto devozionale in cui raccontava le visioni e lo intitolava Mese di Maria (quello che stiamo finendo e per celebrare il quale racconto questa storia).

Dal canto suo Caterina continuava l’usuale vita di suora dedita al servizio dei bisognosi. L’aveva sognata fin da piccola nella sua fattoria in Borgogna, ma all’inizio suo padre si era opposto: rimasto vedovo con dieci figli aveva bisogno di tutte le risorse, soprattutto femminili, per tirare avanti la casa. Solo a 24 anni (nel 1830, anno delle apparizioni) fu concesso a Caterina di entrare nel noviziato di rue du Bac a Parigi. Divenuta suora le fu assegnato il servizio agli anziani in un ospizio della periferia sud della città. Lo svolse per tutto il resto della sua vita e morì settantenne nel 1876. Al di là dei miracoli a volte portentosi, al di là dell’incredibile diffusione della medaglia miracolosa (un “insegnamento globale della Chiesa sulla madre del Cristo, proposto per immagine e allegoria” secondo Jean Guitton), il suo frutto più commovente è la vita umile, servizievole, nascosta e piena, di suor Caterina, che la Chiesa ha proclamato santa nel 1947.

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