“Questione morale” o di potere?

- Salvatore Abbruzzese

L’intervento di P. Davigo, presidente dell’Anm, secondo il quale dai tempi di mani pulite non è cambiato nulla, ha riaperto lo scontro tra magistratura e politica. SALVATORE ABBRUZZESE

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L’intervento di Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, secondo il quale dai tempi di mani pulite non è cambiato nulla, e la risposta del presidente del Consiglio, seguita da quella di molti altri, riporta sulla scena il conflitto tra politica e magistratura. Si ripropongono così temi e persone emerse nella prima indagine di “mani pulite”. Questo, a ventiquattro anni di distanza dal primo arresto, obbliga ad un bilancio necessario. 

Se si prende per vero quello che asserisce il presidente dell’Anm allora il giudizio non può essere che quello di mettere sotto la lente di osservazione una procedura che non ottiene risultati e che quindi è inefficace. La pretesa di risolvere il problema della corruzione attraverso la sola via giudiziaria, come ricorda Raffaele Cantone, si è dimostrata insufficiente e di questo il dott. Davigo dovrebbe tenerne conto.

Tuttavia, che si condivida o meno il giudizio di Piercamillo Davigo secondo il quale non è cambiato nulla, non ci si può esimere dalla constatazione che, di certo, è cambiato il Paese, soprattutto negli ultimi anni. 

È dal 2007 che i diversi governi hanno dovuto far fronte ad una crisi senza precedenti: tanto più insidiosa quanto più le ricette consolidate dell’intervento pubblico, tendenti a salvare le aziende e ad allargare gli organici nel settore pubblico attraverso la leva dei pensionamenti, sono oggi impraticabili. 

Molti giovani hanno varcato i confini, non sempre per frequentare le università blasonate, ma anche e sempre di più per fare i camerieri nel Kent o le donne delle pulizie a Stoccarda. Nel frattempo l’emergenza immigrati ha creato un nuovo fronte interno carico di tensioni. Per di più veniamo a scoprire che il nostro Paese è tra i peggiori del mondo quanto alla libertà di stampa, in quanto una percentuale non irrilevante dei nostri giornalisti, a causa dei propri articoli e delle proprie inchieste, è inquisita: non dallo Stato, certamente, bensì dalle centrali del crimine organizzato. Vero e proprio antistato, con le loro attività illegali, le loro regole di controllo del territorio ed un’efficace attività di prelievo fiscale. 

È abbastanza probabile che alle famiglie che hanno perso il lavoro, alle coppie che assistono al sequestro dell’abitazione acquistata ricorrendo al mutuo bancario, il conflitto tra politica e magistratura interessi poco. È probabile che ai pensionati i quali, dopo un cambio con l’euro che ha fatto raddoppiare i prezzi, hanno visto dimezzarsi il loro potere d’acquisto e si sono scoperti poveri, il conflitto tra politica e magistratura resti sullo sfondo e serva ad alimentare più la delusione che l’indignazione, più il disinteresse che non l’impegno.

Pensare che questo contesto non pesi e che le varie indignazioni contro la “casta” registrino gli umori reali del Paese è quindi abbastanza riduttivo. 

Resta allora da chiedersi se la fibrillazione continua che scuote da anni le istituzioni e che rischia di trascinare il Paese verso la rovina non meriti interventi che revisionino le procedure. Se infatti è vero che, affinché i reati vengano perseguiti e gli autori condannati, occorre che la magistratura possa lavorare con serenità e in piena autonomia, è anche vero che occorre assolutamente porre un freno al circo mediatico che viene avviato ad ogni avviso di garanzia. È necessario recuperare il principio di segretezza che la preesistente procedura garantiva, trovando delle forme di compatibilità con il nuovo codice penale. 

Ma non basta. Occorre certamente riportare la politica al centro. Ma questo vuol dire proprio occuparsi e preoccuparsi di un universo di disoccupati, di giovani e di pensionati che sta scivolando sempre di più in una precarietà insopportabile ed insostenibile. Di tutti quelli che se ne stanno andando, di tutti quelli che hanno smesso di ascoltare perché ritengono che nessuno si occupi veramente di loro. 

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