Orlando e la croce

- Salvatore Abbruzzese

Troppi uomini oppressi da un’esistenza oscura e irrilevante trovano nella violenza jihadista una via estrema di affermazione di sé, come accaduto in Florida a Orlando. SALVATORE ABBRUZZESE

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Ieri notte, fuori dal Pulse (Foto dal web)

Le ultime notizie sul fronte terroristico confermano come accanto, e sempre di più al posto delle cellule organizzate, preparate militarmente, le organizzazioni del terrore facciano leva sui singoli. Si tratta di aspiranti martiri “fai da te”, convinti alla causa della jihad da qualche imam incontrollato o incontrollabile, o anche più semplicemente reclutati attraverso internet. A disposizione ci sono centinaia di persone in evidente crisi di personalità che trovano simultaneamente una causa per cui battersi, un’identità della quale rivestirsi, una fine gloriosa con la quale riscattare una vita trascorsa nell’oscurità e nell’irrilevanza.

Così le indagini sul responsabile della strage di Orlando stanno facendo emergere una personalità doppia: frequentante oscuro di quello stesso locale, il “Pulse”, dei cui clienti si è improvvisamente fatto arbitro e giustiziere. Non si hanno ancora notizie sul terrorista che, nella banlieue di Parigi, ha accoltellato a morte un ufficiale di polizia rientrato dal lavoro e la sua compagna che lo attendeva in casa. Si sa solo che, anche costui, ha discettato via internet sulla matrice jihadista del suo gesto e reso nota al mondo la sua volontà di eseguire l’ordine del califfo Al Baghdadi che, in occasione del ramadan, ha esortato i fedeli ad uccidere “poliziotti, secondini, giornalisti e rapper”. Una volta trasmesse ai suoi sodali in Siria le foto della donna uccisa, sempre attraverso il video questo terrorista ha reso nota anche la sua indecisione se uccidere o meno il figlio della coppia, un bambino di tre anni.

Appare abbastanza evidente di essere dinanzi a personalità perturbate, sulle quali i deliri dell’Isis hanno un vero e proprio effetto liberatorio e indicano la via del riscatto e della morte gloriosa, attraverso l’assassinio di gente inerme. 

Tutti gli atti omicidi sono rivendicati con altrettanti video inviati al mondo: la gloria passa inevitabilmente attraverso la pubblicità di se stessi e ne costituisce la prova del successo. Al Bataclan, nella triste sera del 13 novembre dello scorso anno, gli assassini, dopo aver effettuato la carneficina e svuotato i caricatori, hanno preteso che i sopravvissuti, oltre a fare loro da scudo per il prevedibile attacco delle forze dell’ordine, stessero ad ascoltare i loro deliri politico-religiosi. Come a dire: dopo il gesto, che si ascolti quanto abbiamo da dire, dopo i Kalashnikov, la lezione coranica.

Così il califfato trova adepti in tutto il mondo a costo zero: depressione, delirio di onnipotenza, promessa di gloria ravvivano le menti e riscattano le esistenze mediocri. Una tale strategia, come è noto, crea difficoltà nuove per le forze dell’ordine. Questi soggetti sono infatti difficili da intercettare tanto è banale il loro profilo ed assolutamente irrilevante la loro militanza politica. Personalità oscure, provenienti dall’universo della vita ordinaria, quella stessa vita che spesso è un coacervo di contraddizioni e di ambiguità patologiche, come nel caso del terrorista responsabile della strage di Orlando. 

Del resto i livelli assolutamente irrilevanti sul piano militare degli atti terroristici, come può essere lo sparare su gente inerme che non se l’aspetta, magari durante una festa, o uccidere a coltellate un passante che rientra a casa la sera o assestare raffiche di mitra in un centro commerciale, come hanno fatto a Tel Aviv non più di una settimana fa due giovani terroristi palestinesi della Cisgiordania, non richiedono particolare formazione, se non nella progressiva “non umanità”. 

Ma non si è forse “non umani”, come ebbe a dire Papa Francesco la sera della strage di Parigi, ogni volta che si colpisce una persona inerme; una persona che non sa, né può difendersi: un passante, una casalinga, un viaggiatore? Non si è forse non umani, in un chiaro delirio patologico, quando si decide di essere arbitri della vita degli altri e si decreta la condanna a morte di gente impotente, per colpa di qualche atteggiamento, posizione, stile di vita giudicati contrari ai principi religiosi? Non si è forse radicalmente non umani, quando si accoltella un passante inerme per strada? 

Ma se questo è vero non c’è bandiera, né fede, né Dio che possa giustificare una simile follia. Non c’è causa che possa rendere legittimo ciò che non è umano. 

Ma se questo è vero, allora chi ci è Maestro, morendo in croce e spezzando la catena dell’odio rappresenta esattamente l’opposto: non l’accoltellare, ma il curare le piaghe. È il massimo di umanità possibile, l’unica e autentica umanità che abbiamo la grazia di avere. 

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