La pietà che batte il Nulla

Ormai il terrorismo islamico può contare su anonimi terroristi “fai da te” che agiscono da soli con mezzi di fortuna, come accaduto a Nizza. Che fare a questo punto? SALVATORE ABBRUZZESE

20.07.2016 - Salvatore Abbruzzese
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Dopo l'attentato di Nizza (LaPresse)

Il film dell’orrore del camion di Nizza ci permette di comprendere, se mai ce ne fosse ancora bisogno, cosa significhi il delirio terrorista, cosa rappresenti il massacro di persone innocenti. Ma ci permette anche di guardare, in modo ancora più diretto, quella che si sta rivelando come la forma prevalente, anche se non inedita, della piaga terrorista. Si è infatti sempre più dinanzi a delitti portati avanti da singoli individui, spesso con mezzi di fortuna, dove anche l’uso delle armi automatiche o degli esplosivi non costituisce affatto una condizione necessaria. Il mortifero camion bianco che falcia ottantaquattro persone e ne ferisce duecento, non è che l’ultima manifestazione della capacità omicida del massacro fai da te che non richiede grande logistica, né grande perizia.

Emergono così delle figure individuali che, coltello o volante alla mano, colpiscono vittime a volte solo opacamente definibili, come è accaduto alla periferia di Parigi il 14 giugno, dove ad essere accoltellato è un ufficiale di polizia di ritorno dal lavoro e sua moglie, che lo attendeva in casa. Figure individuali che a volte colpiscono mortalmente vittime ancora più distanti da qualsiasi ruolo sociale: come la ragazzina di tredici anni, accoltellata il 30 giugno a Kyriat Arba da un ragazzo palestinese di poco più grande di lei; penetrato in casa, nel quartiere di Harsanina, non per rapina né per violenza, bensì per eseguire l’ordine demenziale dell’intifada dei coltelli. Fino ad arrivare all’assalto di due giorni fa, ascia e coltello alla mano, da parte di un giovane profugo afgano, anche lui diciassettenne, su un treno regionale della Baviera a danno di ignari turisti cinesi. 

C’è qualcosa di selvaggiamente inumano in questi accoltellamenti a tavolino, da parte di persone a volte ingaggiate dalle centrali del terrore, altre volte attivatesi da sole, seguendo i messaggi deliranti che viaggiano sulla rete. Gilles Kepel, uno dei più noti studiosi dell’universo islamico in Occidente, non esita a dichiarare che oramai l’Isis non ha più bisogno di pianificare gli attentati. Gli assassini si muovono autonomamente, a ruota libera: una volta lanciato il messaggio l’orrore si produce per metastasi. Se delle ideologie mortifere e assassine possono penetrare con facilità, attirando proseliti anche in gente non certo gravata da privazioni e traumi sociali – come ha mostrato l’eccidio di Dacca del 1° luglio – ciò vuol dire che la cultura della morte e il delirio di onnipotenza che accompagnano il giustiziere di turno hanno fatto molti passi in avanti. 

Ma se è vero che, proprio la possibilità di vedere le scene dei crimini ci spinge a valutare il terrorismo per ciò che è, allora la condanna di ogni atto di questo genere, sotto qualunque bandiera si presenti, per qualunque causa ed in nome di qualsiasi ideale si batta, non può essere che una condanna totale e senza nessuna condiscendenza. 

Accanto alla condanna, in sé ovvia, c’è tuttavia molto di più. Le candele della Promenade des Anglais,      esattamente come quelle di Place de la Bastille, prendono il posto delle bandiere archiviando definitivamente il novecento. I lumi, le foto, i fiori sono i segnali di qualcosa di enormemente più potente ed esteso. La nostra non è semplicemente e banalmente la civiltà della pace, non è nemmeno una semplice società della tolleranza, ma molto di più. 

Quegli oscuri e anonimi cittadini che, in moto o in bici, hanno rischiato la vita e qualcuno l’ha persa, per bloccare o almeno far rallentare chi aveva scelto il ruolo inebriante del giustiziere, sono la nostra icona. I fiori e le candele portate da sconosciuti per affetto verso la memoria di altri sconosciuti, la commozione e l’amore per ogni vittima, così come l’abbraccio ai feriti, non sono affatto comportamenti residuali o puramente di superficie, ma sono un gesto di profondo riconoscimento dell’altro, colto nella sua umanità ferita, nell’ingiustizia del male che lo ha colpito. Quei fiori e quelle candele sono posti lì anche da noi.

Dietro a questi gesti c’è in realtà il cuore profondo della civiltà occidentale, di ciò che questa è arrivata ad essere, di ciò che la rappresenta nella sua essenzialità. Esiste un legame sociale che fa da filo conduttore e che va al di là di ogni logica di interesse: è più potente di quest’ultima e la precede. Occorre ripartire da questi gesti di bontà gratuita ed eroica, così come occorre ripartire da quelle candele accese, da quegli orsacchiotti di peluche, dall’abbraccio e dall’abnegazione dei volontari, per iniziare a ricostruire l’immagine di ciò che realmente siamo, di ciò che consapevolmente scegliamo di essere. 

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