La tradizione non basta (più)

- Giovanna Parravicini

Per molti giovani russi andati a Cracovia in occasione della Gmg, non si è trattato solo di un viaggio a sfondo religioso, ma di una esperienza reale di incontro. GIOVANNA PARRAVICINI

papafrancesco_maniR439
Papa Francesco in Polonia (LaPresse)

“Cristo è un avvenimento universale, non è semplicemente una visione toccata in sorte ad alcuni”. Il clima della Giornata mondiale dei giovani, svoltasi a ridosso di eccidi e violenze che nel giro di pochi giorni hanno sconvolto l’Europa, è stato — l’hanno già detto in tanti — quello di una reale festa della certezza, della vittoria della fede. Ma queste parole con cui monsignor Pezzi, l’arcivescovo della Madre di Dio a Mosca che guidava il gruppo dei pellegrini russi, ha voluto sintetizzare l’evento, hanno suscitato un’eco particolare nei tanti che sono venuti a Cracovia dalle terre dell’ex impero sovietico.
Un’eco determinata, oltre che dalle drammatiche circostanze del momento storico che il mondo e il paese sta attraversando, dalla scoperta gioiosa e stupita dell’orizzonte che può assumere la vita, anche quando si è una piccola, insignificante minoranza: “Scommettete sui grandi ideali, sulle cose grandi. Noi cristiani non siamo scelti dal Signore per cosette da poco, andate sempre al di là, verso le cose grandi. Giocate la vita per grandi ideali!”. Queste e tante altre parole di papa Francesco, che improvvisamente dal 12 febbraio dopo l’abbraccio con il patriarca Kirill si è misteriosamente fatto ancor più vicino e presente in Russia, scavano profondi solchi nell’animo di giovani e meno giovani, di cattolici e ortodossi, di credenti e non credenti.
In epoca postsovietica, questa è già la seconda Giornata mondiale della gioventù che si svolge in Polonia; la prima, nel 1991, con Giovanni Paolo II, aveva visto una massiccia presenza di pellegrini russi — per molti era stato il primo viaggio fuori dell’Urss, il primo incontro con una manifestazione religiosa pubblica così imponente, l’occasione di una scoperta personale della fede come avvenimento capace di abbracciare il tempo e la storia, e non solo la dimensione interiore dell’individuo. Oggi la comunità cattolica in Russia ha già acquistato una propria fisionomia, una propria — seppure ancor giovane — tradizione, e si fa sempre più chiaro che il compito, la responsabilità è quella di rendere testimonianza all’interno della società.
“Non siamo solo per i cattolici, ma per tutti gli uomini; non siamo chiamati innanzitutto a rendere ragione di una scelta confessionale, ma a testimoniare la presenza di Cristo che ci rende uno“: l’intuizione di uno dei primi che nel 1991 hanno pazientemente ricominciato a ricostruire le strutture devastate della Chiesa cattolica, ora stanno diventando coscienza sempre più vasta e condivisa. Infatti, come ha detto alla Gmg durante uno degli incontri di catechesi una ragazza dalla Siberia, “la tradizione è una cosa bellissima, ma può anche trasformarsi in un peso che soffoca e chiude all’altro, mentre qui impressiona vedere persone venute dai più diversi angoli del mondo, che hanno nel cuore la stessa domanda, lo stesso grido, anzi che hanno lo stesso cuore che grida!”.

Impressiona che in questa occasione il russo sia stato per la prima volta una delle lingue ufficiali, e che nella messa domenicale celebrata dal Papa siano addirittura stati inseriti alcuni elementi di slavo ecclesiastico, la lingua che viene tuttora usata nella celebrazione della liturgia della Chiesa ortodossa, e che in qualche modo è divenuta una sorta di koiné liturgica e religiosa paragonabile al latino per popolazioni slave le cui lingue nazionali sono andate negli ultimi vent’anni assumendo un rilievo sempre maggiore nella vita civile e culturale. Una scelta linguistica unitaria e non priva di coraggio, se si pensa a divisioni, inimicizie e separatismi acuiti da una guerra di cui nessuno parla più, ma che continua sordamente e scava trincee e mina le coscienze, oltre a mietere fisicamente vittime. Ma qui, a Cracovia, questo è stato possibile, perché “Cristo parla in tutte le lingue — ha ricordato ancora mons. Pezzi — ed è Lui in primo piano, Lui che importa sentire”.
Con la benedizione del patriarca Kirill, all’evento ha partecipato una delegazione della Chiesa ortodossa russa guidata dal metropolita Isidor di Smolensk, che il 28 luglio dopo la liturgia a Czestochowa ha incontrato papa Francesco e gli ha donato un’icona della Madre di Dio di Smolensk. “Quello che abbiamo visto e sentito — ha detto il metropolita Isidor — testimonia la sincera aspirazione della Chiesa cattolica al dialogo, la sincera aspirazione a far sì che noi cristiani possiamo sempre di più prendere coscienza del fatto che siamo fratelli”.
Pasternak scriveva che esiste un altro nome, un po’ più forte, per la vita — si chiama “immortalità”. Qui a Cracovia per il gruppo di pellegrini di lingua russa parlare della vita ha preso soprattutto il nome di “vocazione”. Le domande sulla vocazione che si sono susseguite fittamente in questi giorni, nei momenti di incontro e di catechesi con i sei vescovi che li accompagnavano, nelle libere conversazioni e, certamente, nell’ascolto teso e appassionato del Santo Padre, non riguardavano il “da farsi”, il “come” del dipanarsi del cammino di vita, ma il “che cosa”, l’avvenimento misterioso eppure indubitabile che trasforma la vita stessa in chiamata, compito, anzi in rapporto incessante con la Misericordia che ha preso un volto nella storia.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali