Il genio della Repubblica (oggi)

- Giorgio Vittadini

Oggi comincia il Meeting di Rimini, con il titolo “Tu sei un bene per me”. Ci sarà anche la mostra “L’incontro con l’altro: genio della Repubblica. 1946-2016”. Ce ne parla GIORGIO VITTADINI

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LaPresse

Come ogni anno, il Meeting di Rimini è arrivato a fare il punto sulla vita del Paese. Questo è il nono anno consecutivo di crisi globale, ma la chiave per aprire alla comprensione di quanto sta accadendo in Italia e nel mondo sembra appartenere a mondi sempre più lontani. Come se non bastasse il nostro assetto sociale ricorda il corpo malato del famoso apologo di Menenio Agrippa: basta che anche un solo organo non svolga la sua funzione in sintonia con gli altri organi perché il corpo intero perisca. Eppure, oggi come allora, il malcontento ha più di una ragione valida. Bisognerebbe rinunciare a protestare per la “ragion di Stato”? Certamente no. Il punto è che la protesta non deve essere fatta per distruggere gli altri organi.

Ci siamo ormai abituati a una vita pubblica come scontro e delegittimazione continui, ma non è sempre stato così. Il titolo del Meeting di quest’anno “Tu sei un bene per me” e il titolo della mostra “L’incontro con l’altro: genio della Repubblica. 1946-2016”, che oggi qui verrà inaugurata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, documentano come una strada alternativa sia possibile. Come ha scritto il presidente Violante che ha ispirato e guidato il lavoro di questa mostra, “la grande risorsa dell’Italia repubblicana sono state tutte le persone che si sono assunte l’onere di costruire, operare, esortare, dirigere sostenendo così la speranza di tutti”. Questi “io” non si sono mossi isolatamente, ma hanno costruito e vissuto legami con altri individui di provenienza, ideali e culture anche molto diverse.

Soprattutto nei momenti più critici, è prevalsa l’intuizione che solo incontrando gli altri, la propria identità si sviluppa e si arricchisce. «La democrazia nasce come dialogo e collaborazione fra entità umane che si stimano in quanto precise identità, e si rispettano non perché si autolimitano, ma per l’imperscrutabile destino della differenza, che è cammino diverso al destino comune» (don Luigi Giussani).

Questo fenomeno è documentato fin dall’inizio. L’Italia era spaccata in due: la scelta per la Repubblica prevalse sulla Monarchia per due milioni di voti; alle elezioni del 1948 non si sapeva davvero chi avrebbe vinto tra DC e Fronte popolare (PCI e PSI). Eppure nonostante i forti contrasti, si è riusciti a costruire insieme guardando l’altro come un alleato necessario, non un nemico da umiliare.

L’opera di mediazione è poi continuata in Assemblea costituente, dove la cultura cattolica, socialista, comunista e liberale hanno trovato un compromesso virtuoso, che si è ripetuto nei momenti drammatici della nostra storia (per esempio, ricostruzione economica, terrorismo, Guerra fredda, caduta del Muro di Berlino). Nella nostra storia spesso ci si è incontrati e poi spesso ci si è divisi. Almeno fino alla metà degli anni Novanta si è sempre cercato di superare le divisioni e di andare avanti. Incontrarsi, dividersi, mettere insieme ancora, come è urgente tornare a fare oggi per non arenarsi.

“Il velo di ignoranza” (concetto ripreso dal filosofo americano John Rawls) su chi può vincere una battaglia può far paura e paralizzare, oppure può aiutare a vedere che si ha bisogno dell’altro. La logica dell’eliminazione del nemico, storicamente, non è mai stata fruttuosa.

Quanto detto vale non solo per chi ha grandi responsabilità: la vita di questa Repubblica è soprattutto la vita del popolo. Il popolo, fatto di persone e realtà diversissime tra loro, è stato fattore dinamico della storia italiana e ha dato vita a opere economiche, sociali, culturali, artistiche che hanno contribuito al bene comune e allo sviluppo del paese. Dall’autostrada del Sole all’Eni di Mattei, dalla lotta all’analfabetismo prima e dalla scolarizzazione di massa all’assistenza sanitaria per tutti, al tentativo di dare la casa a più persone possibile, all’affronto collettivo di catastrofi naturali fino all’industrializzazione di un Paese prima arretrato, tanti sono i casi di impegno documentati nella mostra.

Cosa ci insegna allora la storia in questo momento difficile della nostra vita repubblicana e del mondo? Alla metà degli anni Novanta è iniziata una dialettica politica paralizzante, perché basata sull’idea di delegittimare l’avversario. Per troppo tempo abbiamo sperimentato la sterilità di una logica di contrapposizione frontale. Nessuna riforma è stata possibile, perché la maggioranza cercava di imporla contro l’opposizione e quest’ultima per definizione provava a bloccarla. Questa logica ha impedito la ricerca di una costruzione comune, magari imperfetta, ma condivisa e perciò più solida.

Oggi siamo di fronte all’incombenza dell’incertezza economica, della trasformazione demografica, del terrorismo, con egoismi, divisioni, paura dell’altro. Ed è forte il rischio che ogni identità si atrofizzi e vinca lo scetticismo, la delusione, lo scoramento, il lamento, la rabbia e alla fine il nichilismo contrabbandato come novità, comunque lo si mascheri. Occorre allora riprendere il filo smarrito.

La situazione sembra molto diversa dall’inizio, ma il metodo di affronto è lo stesso. C’è una potenza nella “persona” dell’altro che facilita l’incontro. In politica e nella gestione della cosa pubblica è facile pensare che affermare il brandello di bene che c’è nell’altro sia una posizione debole o relativista.

Il genio della Repubblica – al di là dei limiti e delle contraddizioni – può essere ancora adesso nella scommessa che l’altro, anche se diverso, è una risorsa e non un ostacolo. Occorre perciò tornare a vivere in nome degli ideali in cui si crede, nei corpi intermedi cui si partecipa, movimenti, associazioni, realtà politiche ed economiche per riscoprire in queste realtà, non una chiusura corporativa che difende solo il proprio interesse, ma il desiderio di costruire il bene per sé e per tutti, qualunque livello. E in nome di questo occorre riprendere a incontrarsi per ritrovarsi e scoprire esempi interessanti nei tentativi degli altri, superando le differenze ideologiche.

E questo, come nella prima parte di questi 70 anni deve coinvolgere tutto il popolo. La res publica ha bisogno che anche la parte più ai margini del popolo torni a partecipare a un progetto comune; è fondamentale che tutti coloro che per povertà, per miseria, per dolore, per solitudine, si sono progressivamente estraniati dalla vita comune tornino a essere protagonisti e a costruire insieme.

Le classi dirigenti, invece di cercare il consenso a ogni costo e inseguire vecchi e nuovi demiurghi, devono ritornare a servire il popolo: non bastano le dichiarazioni, occorre un lavoro reale, non alle spalle della gente, ma con la gente. Così si può trovare anche la strada per affrontare a livello politico e istituzionale questioni che sembrano irrimediabilmente divisive e non ricomponibili. Com’è stato all’inizio della Repubblica.

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