La cultura post-fattuale

- Pierluigi Colognesi

Secondo il “Post”, che commenta un articolo del settimanale “The Economist”, saremmo in una società che “post-fattuale” o meglio “post-truth”. Ma è proprio vero? PIGI COLOGNESI

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LaPresse

Siamo dunque – scrive il Post dell’11 settembre, commentando un lungo articolo del settimanale Economist – in una società che possiamo definire come “post-fattuale” o meglio, usando direttamente l’inglese, “post-truth”, cioè “post-verità”. Il termine intende “indicare la crescente inclinazione di parte della società moderna a credere a notizie false o fortemente alterate”, che in Italia hanno preso nome di “bufale”, sembra per il fatto che le povere bestie si fanno menare per il naso, tramite appositi anelli; mentre in realtà esse dovrebbero rimanere famose solo perché forniscono latte per squisite mozzarelle.

Ma lasciamo perdere le disquisizioni etimologiche. Il dato (se ancora è lecito usare questa espressione) inquietante sarebbe che la rete ha ingigantito le possibilità di costruire “bolle informative”, cioè notizie false (per errore, per ignoranza, ma anche per deliberato calcolo manipolatorio) che si diffondono rapidissimamente e altrettanto velocemente ingigantiscono e si auto confermano. Per di più senza di fatto la possibilità di essere cancellate: è di questi giorni il caso della donna suicidatasi perché impossibilitata a togliere dalla rete un video porno da lei girato: la rete non perdona, non può né sa “usare misericordia”, verrebbe da dire in quest’anno santo.

La tendenza a costruire e dar credito alle bufale sarebbe poi, sempre secondo Post/Economist, favorita dal “crollo di fiducia nelle istituzioni ‘produttrici di verità’: i media, la scuola, le università e il sistema legale”. Curiosa questa frase: come se la verità fosse un “prodotto”, tipo vestiti, mobili o mozzarelle, e non esito di un, magari faticoso, riconoscimento.

Post/Economist aggiungono inoltre: “Alcune delle caratteristiche stesse del cervello umano sembrano fatte apposta per favorire la diffusione delle bugie: la tendenza naturale degli essere umani è quella di ignorare i fatti. Il nostro cervello è per natura abbastanza pigro e ci spinge inconsapevolmente a ignorare quei fatti che potrebbero costringerlo a lavorare più duramente. Una volta acquisita un’opinione su un argomento, il sistema cognitivo umano tende a mettere in evidenza le prove che supportano l’idea acquisita, rispetto a quelle che le mettono in discussione”.

Non penso che la mia “naturale” tendenza come essere umano sia quella di ignorare i fatti, ma è vero (se ancora è lecito usare questa espressione) che, come tutti gli uomini, sono propenso a guardare i fatti a partire da preconcetti — “pregiudizi” scrive giustamente il quotidiano on line precedentemente costituiti; nessuno scandalo.

È certamente importante essere vigilanti sugli aspetti “post-fattuali” della nostra cultura, nella consapevolezza, però, che non è l’analisi dei condizionamenti esterni che risolve la questione, bensì un’educazione capace di dare ragioni adeguate ed energia sufficiente per il non semplice lavoro di far prevalere l’amore al vero, al fatto, più che l’attaccamento al preconcetto. Tenendo anche conto che nei fatti stessi abbiamo un grande alleato: essi sono testardi non si rassegneranno mai ad essere “post” loro stessi.



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