In nome di tutti

Una estraneità costante alla conflittualità politica e un’unità con la sensibilità popolare e l’esigenza di identità che essa esprime: questo il “segreto” di Ciampi. SALVATORE ABBRUZZESE

21.09.2016 - Salvatore Abbruzzese
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Carlo Azeglio Ciampi (Foto: LaPresse)

La scomparsa di Carlo Azeglio Ciampi e l’onda mediatica che ne è seguita hanno fatto emergere una commozione diffusa le cui ragioni non risiedono tanto nella specificità dell’azione politica del capo di Stato (per molti non addetti ai lavori rimasta semplicemente in ombra). Né certamente ha sede nelle analisi economiche svolte ai tempi del governo della Banca d’Italia e nemmeno è la conseguenza del suo essere stato proposto alla massima carica non per le appartenenze di schieramento, ma per i suoi meriti e le sue qualità personali. 

Se si vogliono trovare le ragioni di un tale sentimento di riconoscenza e di commozione, queste vanno sostanzialmente cercate in una nota del carattere, in una particolare sensibilità culturale che, oltre a dire molto sulla persona del presidente emerito, dice molto anche sull’Italia che l’ha apprezzata.

Questa nota è rappresentata da una modalità di restare estraneo alla conflittualità politica che non costituisce solo la conseguenza del ruolo che questi è stato chiamato a ricoprire tanto in Banca d’Italia quanto alla presidenza della Repubblica, ma chiama in causa una precisa cultura nazionale. Carlo Azeglio Ciampi è stato infatti l’uomo delle istituzioni riconosciute e ricondotte alle loro radici originarie: quelle di un’unità con la sensibilità popolare e l’esigenza di identità che questa stessa sensibilità esprime. Ora, almeno fino al momento del suo insediamento al Quirinale, era proprio questa stessa sensibilità a restare sostanzialmente occultata, quando non addirittura ad essere francamente rimossa.

Una tale unità con la sensibilità popolare e l’esigenza di unità che questa rivela è stata particolarmente avvertita in primo luogo nella sua volontà di promuovere e sostenere il recupero della festa della Repubblica del 2 giugno. Festa che il presidente emerito non si è limitato semplicemente a rieditare, ma ha voluto rivestire di un preciso recupero della dimensione storica che questa implicava. Di fatto la modifica è stata sostanziale: da semplice celebrazione delle forze armate l’asse è stato spostato verso la riproposizione del legame tra queste e la cultura popolare diffusa che vi si riconosce.

Ma questa unità con la sensibilità popolare è stata avvertita anche — ed in modo, se possibile, ancora più profondo — in occasione dell’attentato alla base militare di Nassiriya del 12 novembre 2003. In quel momento di profonda commozione l’allora presidente Ciampi è stato capace di compiere quello che moltissimi avrebbero desiderato fare accanto a lui: abbracciare ed onorare, rovesciando dentro i propri gesti e le scelte del cerimoniale, tutta la sensibilità e il rispetto possibili. Gesti elementari, privati perché dettati dalla commozione personale più che dal protocollo istituzionale, ma pubblici perché fatti davanti a tutti ed in nome di tutti.  

Tanto il valore dell’identità nazionale, quanto quella dell’unità di consapevolezza popolare che la sostiene, restituite alla dignità di una loro memoria storica, costituiscono una dimensione decisiva della sensibilità nazionale. Questa sensibilità che, proprio perché non negoziabile, va sottratta alle polemiche ed alle tensioni della vita parlamentare ordinaria, va difesa dentro un recinto di valori condivisi, dentro i quali deve poter vivere. Con essa è l’intera coscienza nazionale a recuperare visibilità e dignità: un capitale indispensabile per ogni possibile legame sociale. 

Tutto questo Carlo Azeglio Ciampi ha saputo intuirlo, viverlo e comunicarlo. Di tutto questo, quella commozione diffusa che si è registrata intorno alla sua persona in questi giorni, non è solo la prova di una gratitudine sincera, ma anche il segnale rivelatore di una sintonia profonda tra la sua persona e il mondo ordinario che ha saputo riconoscerla e ci si è riconosciuto.

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