Verso l’abbraccio di Francesco e Ilia

- Giovanna Parravicini

Tra pochi giorni papa Francesco andrà in Georgia, paese di antichissima tradizione cristiana, dove abbraccerà il Patriarca ortodosso Ilia II. Il commento di GIOVANNA PARRAVICINI

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Cattedrale di Tbilisi (Foto dal web)

Un nuovo gesto storico di ecumenismo, quello che Papa Francesco compierà tra pochi giorni, pellegrino in Georgia, paese di antichissima tradizione cristiana (il battesimo della nazione si fa risalire all’anno 313), ricco di un bagaglio culturale straordinario e di paesaggi naturali mozzafiato, in cui le grandi catene innevate del Caucaso si alternano ai paesaggi subtropicali della costa del Mar Nero e alle pianure in cui la coltivazione della vite e la produzione del vino data a 8mila anni fa.

Oltre a salutare i rappresentanti della comunità assiro-caldea, venuti da Erbil dov’è in corso il Sinodo caldeo, e a recitare con loro una speciale preghiera per la pace in Siria ed Iraq; oltre a incontrare la piccola ma vivacissima comunità cattolica (il 2,5 per cento su una popolazione di circa 5 milioni), Papa Francesco avrà modo di abbracciare il Patriarca ortodosso Ilia II (che verrà a riceverlo all’aeroporto) e di avere con lui un incontro privato.

È difficile comprendere la portata ecumenica di questo evento, come pure il suo significato storico per la Chiesa ortodossa locale: basti pensare che, a tutt’oggi, non esiste la possibilità di celebrare matrimoni misti, e se un cattolico passa all’ortodossia si ritiene necessario battezzarlo di nuovo, contrariamente alla stessa dottrina ortodossa che considera validi i sacramenti di entrambe le Chiese. Monsignor Giuseppe Pasotto, stimmatino veronese e dal 1996 amministratore apostolico del Caucaso dei Latini, il 7 dicembre scorso, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha benedetto una Porta santa innalzata semplicemente su un prato, per richiamare l’attenzione sull’impossibilità di costruire una chiesa, per la quale si attendono da tre anni le necessarie autorizzazioni dalle autorità civili. 

Si può parlare di ecumenismo, oppure di missione, così necessaria, peraltro, in un paese che risente come tutti della pesante eredità di scristianizzazione dell’Urss? Si può, perché la misericordia è sempre un “oltre”, come ha definito lo stesso mons. Pasotto questa Porta: “un segno simbolico per dire alla nostra Chiesa che la misericordia dobbiamo viverla noi per primi, giorno per giorno, di fronte alle difficoltà che incontriamo. Ho scritto una lettera in cui dicevo ai fedeli: immaginatevi che bello che è entrare in una porta dove poi non ci sono pareti, dove non c’è nessun tetto. La misericordia è così, è sconfinata, non ha luoghi particolari, è di tutti, abbraccia il mondo, ecco la misericordia di Dio”.

Oggi questa misericordia sembra concretizzarsi in una visita non meno improbabile dell’incontro di Cuba, tanto più che oltre all’incontro personale tra il Pontefice e il Patriarca è prevista anche — per la prima volta nella storia — la partecipazione di una delegazione ortodossa alla Messa che Francesco celebrerà sabato allo stadio M. Meskhi. Non una semplice visita di cortesia, dunque, ma una condivisione di ciò che di più sacro possiedono i cristiani. Su questa stessa onda, poi, la visita del Papa alla cattedrale patriarcale di Svetitskhoveli, culla e cuore religioso della nazione, dove la tradizione vuole che sia custodita la tunica inconsutile di Cristo. 

La cultura georgiana vive ancor oggi di simboli: non dimentichiamo che la Colchide, regione occidentale della Georgia, è il mitico paese del Vello d’oro, e che proprio tra le vette del Caucaso gli dei incatenarono Prometeo, che aveva tentato di rubare loro il fuoco per donarlo agli uomini; non dimentichiamo che proprio in Georgia si conserva una Camulia, vale a dire un’antichissima icona del Salvatore “non dipinta da mano d’uomo”, una delle immagini più vicine al mistero che da sempre affascina i cristiani, il desiderio di “vedere” il volto di Dio. 

Il simbolo cristiano per eccellenza, la croce, in Georgia ha una conformazione tutta particolare: la prima croce a giungere nel paese fu una croce ricavata da un ramo di vite, che la Vergine affidò a santa Nino inviandola a evangelizzare queste terre: questa reliquia, conservata a tutt’oggi nella cattedrale di Tbilisi, costituisce una mirabile sintesi del cristianesimo — la fecondità della Croce, il dono dell’Eucarestia e il mistero della Comunione. La croce-vite è in qualche modo l’archetipo del particolare “carisma” del cristianesimo georgiano e della sua cultura, in cui fecondità e convivialità si intrecciano indissolubilmente con una vertiginosa, irriducibile tensione alle altezze.

E in questa croce ci si incontra, come mi è capitato alcuni mesi fa visitando la Georgia con un gruppo di amici: nonostante tutte le possibili reticenze nei confronti di stranieri, cattolici, un sacerdote ortodosso incaricato di accompagnarci ha svolto il proprio sacro dovere dell’ospitalità con tanta passione da colmarci di curiosità e rispetto per i luoghi sacri che ci faceva visitare, e da restare a sua volta impressionato dalla familiarità di fede che si era creata. Fino a donarmi, l’ultimo giorno, due candele, da accendere per sé e per noi, vicine, nella basilica di San Pietro a Roma. Oggi queste due candeline diventano gli stessi Primati di Roma e Tbilisi che si abbracciano.

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