Da Voltaire ad Amatrice

Le due vignette dedicate da Charlie Hebdo al terremoto del 24 agosto sono meno banali di quanto non si creda e vanno collegate tra loro. Il commento di SALVATORE ABBRUZZESE

07.09.2016 - Salvatore Abbruzzese
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Immagine dal web

Le due vignette dedicate da Charlie Hebdo in occasione del sisma che ha scosso i paesi dell’Italia centrale (la seconda come reazione alle proteste suscitate dalla prima), sono meno banali di quanto non si creda e vanno collegate tra loro. Nella prima: “sisma all’italiana” si paragonano i morti sepolti dal terremoto a delle pietanze gastronomiche nazionali. Ci siamo indignati tutti, o quasi, per una simile ignominia. Per noi italiani i morti non si irridono. Nemmeno per i francesi si irridono, ma Charlie Hebdo non è la Francia, bensì il salotto irriverente dell’allega brigata della gauche parigina, libertina e disinibita (il settimanale si definisce infatti come “satirico, laico, politico e gioioso”). Ciò non toglie che la domanda va posta: perché sbertucciare dei morti, delle vittime? Che senso ha? 

La risposta è nella vignetta successiva, quella comparsa dopo il coro di polemiche, anche ufficiali: un morto esce dalle macerie per dire “italiani, non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia”. L’avvertimento è chiaro ed è chiara la matrice politico-culturale: “smettetela di piangere i vostri morti — sembra dire il settimanale “satirico e gioioso” — e imparate a perseguire i responsabili”. Charlie Hebdo ride dei defunti perché ritiene che la commozione, il dolore e lo slancio dei volontari finiscano con il distrarci dal vero problema che è la mafia, responsabile — a suo avviso — del crollo delle case.

Un simile atteggiamento non è affatto nuovo. Già nel 1755, in occasione del terremoto di Lisbona e dinanzi ad un Voltaire che riconosceva l’evidenza del male, Rousseau osservava che se si fossero costruite case in legno, anziché in muratura a tre o più piani, e se la gente, a scosse terminate, non fosse tornata tra le macerie per recuperare i pochi averi, i morti sarebbero stati infinitamente di meno. Per Rousseau, come per i suoi discendenti della Parigi “gioiosa, politica e laica”, il problema è sempre e solo quello delle responsabilità umane. 

Il pianto è comprensibile, il lutto nazionale e i servizi video ventiquattr’ore su ventiquattro, no: “occupatevi della mafia che ha costruito le case — ci dicono i nostri cugini che la sanno lunga — anziché parlare all’infinito dei terremotati, ad occuparsi dei quali ci pensano il governo e le municipalità”.

Credo che a questo punto ci siano tutti gli elementi per una distinzione culturale che va qui evidenziata. 

Per le centinaia di volontari, vigili del fuoco e membri della protezione civile, che sono andati ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto; per quanti si sono spaccati le mani per cercare tra le macerie; per ciascuno che ha seguito il tutto da casa, con il cuore afflitto dalla consapevolezza di poter fare sempre troppo poco; per quanti sono rimasti sotto i detriti ad attendere l’aiuto dei soccorritori, “sperando contro ogni speranza”; per quanti hanno pianto e stanno piangendo una moglie, una figlia o un figlio, un marito, una coppia di genitori; per quanti si svegliano al mattino con davanti il vuoto per un futuro improvvisamente venuto meno. Per tutta questa gente è esattamente, ma proprio esattamente l’opposto. 

Per tutta questa gente è importante l’affetto, la presenza, l’aiuto di tutti. Così come, per noi, sono importanti le storie dei terremotati, perché aiutano a mobilitare quella variabile che i nostri cugini della Parigi “gioiosa, politica e laica” ignorano, che si chiama compassione, e genera una merce rara che si chiama solidarietà. Per noi è importante quest’Italia ordinaria, che fa protezione civile non appena entra in pensione. Questi commercianti (sì, proprio i commercianti) che regalano anonimamente quintali di pasta e ettolitri di vino, affinché in ogni paese si possano raccogliere fondi condividendo una mensa (questa sì, realmente e dignitosamente, “gioiosa”) fatta da altrettanti volontari ed il cui ricavato viene versato direttamente ai comuni interessati. 

Mentre invece è allo Stato, ai nostri magistrati, alle nostre forze di polizia, fare giustizia perseguendo i responsabili, quando le colpe sono oggettivamente accertate. Così come è allo Stato, ai nostri politici controllare lo sviluppo delle procedure, la fattibilità delle ordinanze, la chiarezza delle norme, l’accelerazione dei tempi.

Nel frattempo, cioè per questa sera, è importante che la gente di questi paesi non si senta sola, è importante che sentano la presenza, concreta e tangibile, di un’intera nazione. Una presenza che si esprime innanzitutto per quanti sono scomparsi, come la piccola Marisol, le cui esequie sono state celebrate ieri, in quel di Ascoli, con la bandiera della propria contrada sulla piccola bara e tutta la cittadinanza presente. Per noi i defunti sono “sacri”, fanno parte del cuore di una comunità che si stringe accanto alle famiglie sopravvissute e tiene alla memoria di quanti non ci sono più. È una logica completamente opposta a quella dei redattori di Charlie Hebdo e della loro satira “politica e gioiosa”. 

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