La resurrezione dei maledetti

Parole come “ergastolo” vengono pronunciate senza conoscerne il senso, spesso con desiderio di vendetta. MARCO POZZA commenta il messaggio di Papa Francesco ai carcerati di Padova

21.01.2017 - Marco Pozza
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LaPresse

L’eco prodotto è come mescolare il gergo dei bassifondi con una graziosa voce di fanciulla. Dietro il ferro delle patrie galere, infatti, lo scorrere del tempo è un muggito di tori inferociti: “E’ come se la lama di una ghigliottina ci mettesse sei settimane a calare” scrive Victor Hugo nella sua opera L’ultimo giorno di un condannato a morte. Il cuore è seriamente dentro la faccenda: “Immagino di guardarvi negli occhi e di cogliere nel vostro sguardo tante fatiche, pesi e delusioni, ma anche di intravedere la luce della speranza”.

Sono le parole con le quali papa Francesco si è seduto accanto al popolo detenuto nel carcere di Padova. Parole firmate di suo pugno che ha consegnato ad una delegazione invitata a celebrare con lui la messa mattutina a Casa Santa Marta il 17 gennaio scorso. Un incontro intimo, familiare, nel quale offrire il suo apporto al convegno organizzato ieri da Ristretti Orizzonti, “Contro la pena di morte viva”. Il carcere è una città lastricata di volti umani. Di peccati, di peccatori, di occasioni: “Non si apprende unicamente dalle virtù dei santi, ma anche dalle mancanze ed errori dei peccatori” annunciò il Papa, nell’ottobre 2014, nel Discorso alla delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale. Stordimento, anche vertigine.

Ergastolo è una parola strana. Per pronunciarla ci vuole fegato, a scriverla ci vuole coraggio, certezza pura: i più la decantano a fronte bassa, occhi inetti, aria bovina. Per un condannato all’ergastolo — è di loro che si è parlato ieri con cognizione di causa, precisione di termini, narrazioni di biografie — il tempo è un affare dannatissimo: come appare insopportabile il peso di certi sguardi, così è del calendario. Appeso, pare una beffa: mancano le parole per le emozioni. 

Capire, dunque, le ragioni di un uomo condannato all’ergastolo è accettare di mettere in circolo una certa dose di umano. “Siete persone detenute — continua il papa —: sempre il sostantivo abbia a prevalere sull’aggettivo, la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive”. Che il sostantivo venga prima dell’aggettivo, che l’errante si citi prima dell’errore, che la legge sia successiva all’uomo. Niente di più che il manifesto di una giustizia diversa, l’idea di giustizia per la quale lotta Ristretti Orizzonti da decenni: “Un programma politico come non ne sentivamo da anni sulla giustizia (…) Molto più che un pietoso intervento di un Papa sulla condizioni delle carceri” scrisse Ornella Favero in un numero speciale dedicato a papa Francesco.

La prigione è una creatura orrenda: metà uomo, metà edificio. Dentro, in questa stoffa ruvida, il papa allunga il passo: “In questo senso mi pare urgente una correzione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita”. La storia è sempre quella: “Hanno ucciso. Che muoiano, in comode rate giornaliere”. 

Chi ha ucciso, a patto che sia ancora vivo dentro, ha già il suo ergastolo addosso: potrà dirsi ex-detenuto, mai ex-omicida. Lo si resta, rimane traccia, un qualcosa di indelebile. L’altro ergastolo, quello da scontarsi fisicamente, forse non serve affatto: a che giova redimersi se poi non esiste possibilità alcuna di riscattare ciò che è stato? 

Con l’animo imbestialitosi in soprusi, nessuna comprensione sarà possibile. Nemmeno quella del male arrecato, figurarsi del ravvedimento. Ecco la sfida: “Vorrei incoraggiare anche la vostra riflessione perchè indichi sentieri di umanità — affonda il papa — dove l’ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere”. Un problema da risolvere, anche dentro una certa chiesa. Perché se la chiesa è un ospedale da campo dopo una battaglia, usando un’immagine di Francesco, allora è troppo facile credere alla risurrezione dei morti. La sfida sarà credere nella risurrezione dei viventi, dei male-detti di quaggiù: “Se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c’è più spazio per ricominciare”. E’ vangelo.

Parole. Anche un raggio di sole nel sottosuolo delle galere: appicca il fuoco a tutti i cervelli. Ammesso che avere una coscienza troppo lucida non sia una malattia: “Vi sono vicino e prego per voi (…) Pregate per me”. La scelta è sempre tra una parola folle e una vana. Il Papa sceglie la folle. Anche quando non pare, l’uomo rimane la forma di tecnologia più evoluta. La sua gloria.



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