Elogio del distacco

Spogliarsi di vecchie abitudini — di pensiero, prima ancora che di comportamento — non è cosa che si accetta facilmente e senza opposizioni. Ma è un sacrificio necessario. PIGI COLOGNESI

09.01.2017 - Pierluigi Colognesi
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Festa della donna 2017

Questo insolito inverno non smette di sorprendere noi milanesi. Dopo giorni di tepore primaverile e altri più normalmente accompagnati da freddo (comunque, ben lontano dalle medie del periodo) e nuvolaglia (comunque, molto diversa dalla cappa rigonfia di nevischio che ci si potrebbe aspettare a gennaio), ecco il vento. Qui in città non c’è quasi mai ed invece per due giorni è soffiato gagliardo sollevando da terra cartacce e fogliame, spazzando il cielo da smog e nuvole. Così possiamo goderci, come Renzo Tramaglino in riva all’Adda, il “cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”.

Ho accompagnato un amico a fare il tagliando della sua automobile e, mentre lui sbriga le pratiche necessarie, l’aspetto in macchina. La città si va diradando, i quartieri popolari lasciano il posto ai campi, gli ultimi palazzi non permettono di vedere la corona delle Alpi, ma il cielo è di un colore meraviglioso. Davanti a me, proprio contro l’azzurro intenso, s’innalza un platano coi rami scompigliati dal vento. È un albero ancora giovane, dal tronco abbastanza sottile, i rami simmetrici a comporre una chioma rotonda ben ordinata. O almeno così doveva essere quest’estate quando le foglie erano tutte al loro posto; adesso i trami sono spogli, ma non del tutto. Non conosco i tempi dei platani, ma sospetto che in inverni “normali” a inizio gennaio tutto il fogliame sia già caduto da un pezzo; forse il caldo strano di quest’anno ha ritardato il processo. Fatto sta che un sacco di foglie marroncine e leggermente accartocciate se ne sta ancora sui rami, invece di giacere ai piedi del tronco, in attesa di diventar concime e riprendere così l’eterno ciclo delle stagioni.

Quando s’alza una folata di vento freddo, vedo le foglie agitarsi, ma nessuna si stacca e vola via. Sembra quasi che resistano al compiersi del loro destino aggrappandosi a un ramo che non è più fatto per ospitarle, ma per chiudersi, nudo, in se stesso e ricaricarsi di linfa che, la primavera prossima, farà nascere nuove foglie, nuovi fiori e nuovi frutti. D’improvviso mi accorgo che questa resistenza al cambiamento è anche la nostra. Spogliarsi di vecchie abitudini — di pensiero, prima ancora che di comportamento — non è cosa che si accetta facilmente e senza opposizioni. Sopportare di dover passare del tempo senza aver tutto a posto, senza saper rispondere a ogni domanda, sentendosi così come un ramo denudato delle sue foglie, è una determinazione che esige coraggio. Sembra più facile ed efficace abbarbicarsi al ramo del già saputo, più eroico non mollare la presa di convinzioni acquisite benché infertili, non rassegnarsi al cambiamento per cui dopo l’autunno viene inesorabilmente l’inverno.  

Ma, nonostante tutto, quelle foglie dovranno cadere; il vento che ora fa splendere il cielo contro cui esse si stagliano nel loro colore di bronzo è lo stesso che le scuoterà fino a farle precipitare a terra. Ed è solo in forza di questo distacco — e del dolore che sempre comporta — che l’albero vive. Fosse morto, le foglie potrebbero rimanere lì e condividere con tronco e radice il destino di marcire. Se è vivo, l’albero accetta di doversi continuamene rinnovare, di affrontare spoglio il rigido inverno in attesa sicura della nuova rifioritura a primavera.

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