La triste fine di New York e degli Usa

- Riro Maniscalco

Il 7 novembre New York eleggerà il suo 110mo sindaco. La città si era perduta e si è ritrovata, superando steccati e schieramenti. Oggi è di nuovo una città divisa. RIRO MANISCALCO

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New York, una foto della città (Archivio)

NEW YORK — Ci sono almeno nove milioni di modi di guardare una città di nove milioni di abitanti. “Almeno” nove milioni perché ognuno di noi se la guarda in più di un modo, una volta diritta, poi storta o di sghimbescio a seconda dell’aria che tira, dell’umore e del saldo di conto corrente. Eh, pure quello conta. In un posticino come New York City dove per un’ora di parcheggio o un bicchiere di vino non ci se la cava con meno di 10 dollari, il conto corrente rischia di avere un influsso significativo sulla propria autocoscienza o quantomeno sulla coscienza di quel che uno può permettersi.

New York, questo lembo di suolo americano colonizzato dagli olandesi all’inizio del ‘600, il 7 novembre eleggerà il suo 110mo sindaco. Bill de Blasio cercherà di conservare il suo posto, Nicole Malliotakis, membro della New York State Assembly, lo sfiderà come candidato Repubblicano, con scarsissime (praticamente nulle) possibilità di successo.

Tutto è cresciuto in fretta da quando nel 1524 il primo europeo, un italiano, Giovanni da Verrazzano, arrivò fin qui. Quei quattro indiani che c’erano, i Lanape, cominciarono a farsi fregare da subito, con Peter Minut, il capo dell’insediamento olandese, che riuscì a comprarsi l’isola (“Manhatta”) con una manciata di fesserie di nessun valore. 5mila abitanti alla fine del ‘600, 35mila alla fine del ‘700, due milioni alla fine dell’800, cinque milioni e mezzo nel 1920, quando Ellis Island scoppiava di immigrati. 

Il fatto è che New York è sempre stata affascinante, ma adesso è bellissima. Molo dopo molo, angolo dopo angolo tutto rifiorisce, si colora e si popola. Aree portuali abbandonate e vecchi magazzini dismessi diventano il cuore pulsante di un mondo popolato di hipsters ed ex yuppies, tra case ristrutturate, markets di lusso e localini trendy. Prati, campi da gioco, playgrounds per bambini …tutto bello, tutto “biologico”, tutto terribilmente costoso. 

Sì perché questo è il prezzo che i newyorkers pagano per avere una città cosi bella e sicura. Se penso alla New York di quando arrivai, ormai un quarto di secolo fa, sembra un altro mondo. Times Square era il quartiere a luci rosse, un vero e proprio postribolo pieno di papponi e spacciatori, il South Bronx era ancora quello dei film da far paura, e Brooklyn in larga misura era un posto dove la gente faceva volentieri a meno di andare. E certamente non era già più la New York degli anni 60 e 70, quella sommersa da tonnellate di spazzatura maleodorante, violenta, dominata dalla malavita, corrotta fin nel midollo (la storia di Serpico è del 1971), afflitta da scioperi e drammatici blackouts (1965 e soprattutto 1977) con distruzioni e sciacallaggio, e persino abbandonata dalle sue squadre di baseball che migrarono sulla costa opposta. Pensate alla New York di French Connection (Il braccio violento della legge) o Taxi Driver, pensate al fatto che per un decennio (un decennio!) un posto come Central Park (3,5 km quadrati, una volta e mezzo il Principato di Monaco) rimase completamente abbandonato a se stesso, una giungla inaccessibile e pericolosissima. Quasi un milione di persone se ne scapparono via in quegli anni di caos e disfunzionalità che culminarono in una istanza di bancarotta presentata nel ’75 dall’allora sindaco Abraham Beame. Una crisi “umana” ancor prima che una crisi “fiscale”. In qualche modo tutto poi si rimise in moto e New York riprese la sua folle corsa verso il “di più”. Soprattutto con Rudolph Giuliani. 

Già, Giuliani. Un sindaco Repubblicano in una delle città più “liberal” del mondo. Un sindaco eletto due volte certamente non in virtù del suo partito di appartenenza. Un sindaco che dopo aver ripulito, bonificato e rilanciato la città — attraversando anche il calvario dell’11 settembre — passò il testimone a Michael Bloomberg, anche lui del “partito sbagliato”. Bloomberg che proseguì l’opera del predecessore azzerando la criminalità e spingendo prepotentemente l’opera di “beautification” di New York. Repubblicani, eppure… eppure anche i “liberals” newyorkesi li votarono. Per me fu la piacevole scoperta del “basso tasso ideologico dell’americano”. La sostanza delle cose conta più dello schieramento di appartenenza. Contava.

Purtroppo non è più così. Il muro ideologico sale come salgono rapidi i nuovi grattacieli che dipingono lo skyline. De Blasio è diventato sindaco per questo, e per questo lo resterà, sebbene ben pochi lo amino (la polizia lo odia), e la sua capacità di lavoro appaia ridicola rispetto a quella dei più recenti predecessori. E dopotutto questa Malliotakis chi è?

Quando mancano gli ideali ci restano solo gli schieramenti.

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