India, la paura di Francesco

- Fernando De Haro

Papa Francesco ha iniziato il suo viaggio in Asia, ma non si recherà in India. Un Paese che, nonostante lo sviluppo economico, è prigioniero delle ideologie. FERNANDO DE HARO

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Narendra Modi (LaPresse)

Francesco ha iniziato il suo viaggio in Asia a Nuova Delhi. È atterrato all’aeroporto Indira Gandhi nella capitale dell’India. Ed è stato ricevuto dal Primo ministro Narendra Modi. Il fatto che il leader del Bjp, un partito molto nazionalista e induista, lo abbia personalmente accolto è un gesto di grande trascendenza. In molti, soprattutto indù, sono andati a salutare il Papa mentre si dirigeva verso il centro della città. Il cristianesimo è assolutamente minoritario in questo Paese (il 2,5% della popolazione), ma la visita è decisiva perché due abitanti del mondo su dieci sono indiani.

Il Papa, dopo i primi discorsi di benvenuto e una breve pausa in nunziatura, si è diretto a Trilokpuri, una delle più grandi baraccopoli della capitale, in cui vivono i poveri dei poveri, i Dalit, quelli che non hanno casta. Ha voluto, prima di parlare, entrare in uno degli alloggi e abbracciare un matrimonio di “impuri”. Poi, in un breve intervento, ha assicurato che “affinché questi uomini e donne concreti possano sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino“. La frase è stata interpretata come una critica al sistema di caste ancora in vigore in India. Il Papa ha aggiunto: “La libertà religiosa è un diritto fondamentale che plasma il modo in cui noi interagiamo socialmente e personalmente con i nostri vicini, le cui visioni religiose sono diverse dalla nostra”. Ha concluso il suo intervento dicendo che i leader religiosi sono chiamati “a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità (…), a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione”.

I due paragrafi precedenti sono fake news. Il Papa ha iniziato il suo viaggio in Asia, ma non ha potuto recarsi in India. Francesco non è stato e non sarà a Nuova Delhi. Le uniche cose vere sono le citazioni tra virgolette (pronunciate alle Nazioni Unite, nel viaggio negli Stati Uniti e in quello in Egitto nella moschea di Al-Azhar). Poiché le frasi sono vere, il resto della notizia doveva essere per forza falso: il nazionalismo indù del Bjp, il partito del primo ministro Modi, voleva evitare che quelle parole potessero essere pronunciate, che potesse esserci l’abbraccio ai Dalit.

L’India, la più grande democrazia del pianeta, il Paese con il maggior numero di giornali al mondo in inglese, con un tasso di crescita dell’8% nel 2015, in grado di competere per la giovane età della sua popolazione e per la qualità della sua istruzione in alcuni settori con la Cina, è un Paese governato da un nazionalismo che strumentalizza la religione. Modi accumula un potere notevole. La gente lo ama. Secondo il Pew Research Center, nove indiani su dieci lo apprezzano molto. Il suo partito ha fatto diventare un ricordo la vecchia egemonia del Partito del congresso nazionalista, il partito-Stato dei Gandhi, e controlla 18 dei 29 governi regionali. Nessuno dubita che l’egemonia del Bjp si estenderà oltre le elezioni legislative del 2019.

Il mondo del denaro ha alcune obiezioni da fare a Modi, ma nessuna seria. Lo scorso giugno, in coincidenza con la sua visita negli Stati Uniti, The Economist gli ha dedicato una copertina in cui lo ha accusato di non essere un vero riformatore. Il settimanale britannico riconosceva che aveva caratteristiche da “zelota indù” e che aveva “esaltato i sentimenti religiosi”. Tra i suoi meriti, secondo questa visione, c’è quello di aver reso l’India il Paese che più cresce al mondo e aver favorito i grandi investimenti esteri. Tra i suoi demeriti il non aver approfittato del basso prezzo del petrolio e della giovane età della popolazione indiana per fare riforme più profonde.

Non ha fatto notizia il fatto che il partito di Modi, il Bjp, che governa nello Stato di Jharkhand, abbia approvato ad agosto un nuovo Freedom Religion Act (una nuova legge che impedisce le conversioni al cristianesimo). Sono già sette gli stati con questo tipo di norme. Non ha fatto notizia il fatto che Modi non si sia pronunciato contro la dottrina della Corte Suprema che ritiene conforme al diritto questa grave restrizione alla libertà religiosa. Non ha fatto notizia il fatto che Modi, lungi dal criticare le norme che discriminano i Dalit che si convertono al cristianesimo, si senta a suo agio rispetto a esse. Non ha fatto notizia, infine, che durante gli anni del governo Modi gli attacchi contro i cristiani siano aumentati considerevolmente (nei primi sei mesi del 2017 hanno raggiunto quota 400, il doppio rispetto al 2016). Questi attacchi sono promossi dall’ideologia Hindutva e dalle organizzazioni che la promuovono. Il Bjp è in cima a esse. Modi deve, in larga misura, la sua popolarità alla capacità di sfruttare questa ideologia.

L’India è un esempio del fatto che il XXI secolo non è un secolo laico (questo è un miraggio europeo). In questo inizio secolo torna la religione, la vecchia religione, che non distingue tra il sacro e il politico. Tornano le teologie politiche. Lo smarrimento della globalizzazione alimenta identità conflittuali. Nel nome della tradizione si costruiscono ideologie di esclusione (in India, il cristianesimo è accusato di mettere in discussione la cultura bramina, la gerarchia ferrea che non riconosce una dignità comune). Perché una minoranza così minoritaria è tanto temuta? Perché il Papa non è riuscito ad atterrare a Nuova Delhi? Perché si ha paura dei testimoni della libertà.

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