Tre interessi-Paese in Vivendi-Tim-Mediaset

Vivendi stringe con le autorità italiane su Tim e Mediaset e dall’intesa sono attesi impatti importanti su banda larga, riforma del sistema-media e rapporti con la Francia. GIANNI CREDIT

29.11.2017 - Gianni Credit
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Vincent Bollorè (Lapresse)

Quali contenuti reali, quali impatti ampi potrà disvelare il grande accordo pre-annunciato per metà dicembre da Vincent Bolloré sul dossier Vivendi-Tim-Mediaset?

Il finanziere francese ha dato concretezza al suo ruolo di azionista di riferimento di Tim, con la nomina di un suo Ceo, l’israeliano Amos Genish; e non ha finora mollato la presa dalla holding tv di Silvio Berlusconi, scalata fino a quota 30 per cento. Nel frattempo le autorità italiane (governo e Agcom) hanno tenuto sotto pressione Vivendi su due fronti: la posizione di controllo in un gruppo “di interesse nazionale” (Tim gestisce la più grande rete tlc italiana, con rilevanza strategica per la sicurezza); e la strategia di convergenza fra information&communication technology e media industry perseguita da Vivendi in Italia, dove le normative pongono tuttora limiti precisi. Il golden power di cui il ministero dello Sviluppo economico si è dotato – senza per ora utilizzarlo su Tim – è lo strumento visibile di questa fermezza flessibile.

Una questione economico-finanziaria e tecnico-regolamentare ha poi attinto da tempo una dimensione più squisitamente politica allorché Vivendi è basata in Francia: il Paese-membro della Ue con il quale l’Azienda-Italia intrattiene i rapporti transnazionali più robusti e complessi (da Fincantieri a Edison, passando per la francesizzazione di Luxottica e i ruoli dei manager d’Oltralpe ai vertice di UniCredit e Generali). Sul versante interno, è invece il ruolo peculiare di Berlusconi – tuttora centrale sullo scacchiere politico durante una campagna elettorale di estrema incertezza – ad accrescere la delicatezza di un dossier molto composito: nel quale è possibile identificare almeno tre temi di interesse vasto, sui cui andare a misurare il possibile accordo.

Il primo è il ruolo strategico di Tim nel sistema-Paese, con un nome preciso: “rete”. Quello dell’ex monopolista statale, a vent’anni dalla privatizzazione, resta il network più importante del Paese, ancorché invecchiato. Il digital divide italiano è ancora sensibile: la qualità e il costo dell’accesso alla rete da parte di imprese, scuole, Pa e famiglie può e deve essere migliorato. Il Piano Banda Larga del governo ha per ora dovuto muovere da Enel e non da Tim, per il muro contro muro fra Vivendi e il governo. E’ chiaro che il tentativo Open Fiber sarebbe strutturalmente agevolato dallo scorporo della rete Tim: che farebbe da base a una piattaforma Ict indipendente dagli operatori di servizi, aprirebbe la concorrenza e potrebbe assorbire con più efficacia gli investimenti statali. Sono ovvie le problematiche finanziarie dello scorporo di un grande asset da una società privata quotata in Borsa verso un gestore di fisionomia consortile e para-pubblica (ruolo di Cdp): ma se c’è un sostanzioso “interesse pubblico” nell’accordo Vivendi-Tim-Mediaset è l’apertura effettiva del cantiere New Generation Network.

Un secondo profilo è collegato e attiene all’evoluzione del sistema-media in Italia, fra mercato e democrazia. La Seconda Repubblica è nata quando internet era agli albori e ha costantemente concepito il sistema-media come composto da giornali tradizionali e tv tradizionale. Un primo muro divide tuttora i due ambiti sul piano regolamentare e un secondo muro protegge ancora un “duopolio televisivo allargato” (Rai-Mediaset con Sky e La7). E’ chiaro che si tratta di una cornice antidiluviana nella globalizzazione indotta del web: una cornice che avrebbe dovuto essere rivista già da tempo e che è in parte responsabile anche della crisi estesa dell’editoria italiana. La trasformazione di Tim in un operatore di servizi tlc e un primo aggancio con Mediaset (gruppo focalizzato su un business televisivo sempre più datato) sarebbero certamente premesse importanti di un’evoluzione troppo spesso ritardata: per la Rai (che deve reinventare la sua gestione del “servizio pubblico”), per Mediaset (i cui destini sono sempre stati intrecciati ai diversi interessi di Berlusconi) e per gli altri player nazionali (da Rcs a Gedi) finora frenati nel loro sviluppo nell’editoria full digital, in Italia e verso l’estero. E va da sé l’interesse del sistema-Paese a poggiare su un sistema Ict-media più forte e moderno mentre tutte le grandi democrazie sono alle prese con tutto ciò che chiamiamo fake news.

Terzo e non ultimo versante: i rapporti fra Italia e Francia in questa fase cruciale per la Ue e per i più ampi equilibri geopolitici. E’ evidente che un accordo sostanziale fra Vivendi, Tim e Mediaset con l’attenzione attiva del governo prefigurerebbe un “asse” fra Roma e Parigi: il governo Gentiloni (e – sempre sul filo del conflitto – il leader dell’attuale opposizone di centrodestra) hanno l’occasione per gettare le basi di una sistemazione ampia dei rapporti industriali e finanziari transalpini. Di più: il governo Gentiloni (più che ipoteticamente candidato a proseguire dopo il voto, con maggioranze parlamentari da verificare) potrebbe contare su una vicinanza – almeno oggettiva – all’amministrazione Macron: in questo momento l’unica leadership Ue animata di un saldo europeismo anti-populista.