Colmare il vuoto

- Federico Pichetto

Una grande crisi investe oggi la comunità degli uomini. E i primi a farne le spese sono i giovani. Solo la grazia di una “fraternità” può colmare il nostro bisogno umano. FEDERICO PICHETTO

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LaPresse

C’è una grande confusione nel mondo: si avverte dagli avvenimenti più quotidiani a quelli più straordinari l’intrecciarsi di tre crisi che segnano indelebilmente la vita dell’Occidente. Quella più lampante è la crisi politica delle democrazie uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale: il loro sistema di valori, le loro collocazioni geopolitiche e le loro stesse classi dirigenti sono state messe in discussione da un’ondata di sdegno che è animata da un profondo grido di giustizia.

La seconda crisi interessa invece le comunità: realtà sociali e monolitiche si incrinano e si sfaldano lasciando sul campo le macerie di un conflitto fino a pochi anni fa inaudito. Si pensi alle tensioni che attraversano la Chiesa cattolica, i cosiddetti “corpi intermedi” come i sindacati e i partiti, completamente cannibalizzati da corruzione e malaffare o i continui episodi di violenza che — nel nome del fondamentalismo o del razzismo — segnano le città e le periferie dei paesi industrializzati, mostrando in questo frangente storico crepe profonde all’interno dello stesso tessuto civile. Quello che giorno dopo giorno viene meno è la coscienza dell’altro come bene, come amico, come fratello.

Ed è proprio a questo livello che prende forma la terza crisi di questo inizio millennio, quella dei giovani. Lasciati orfani da una globalizzazione che aveva promesso una nuova Belle Époque ma che si è rivelata matrigna spietata e ostile, traditi dai loro stessi genitori che — secondo il recente rapporto McKinsey — lascerebbero ai propri figli, per la prima volta nella storia, meno ricchezza di quella che loro stessi hanno ricevuto, la generazione dei Millennials si trova alle prese con un vuoto esistenziale che la rende protagonista dei più efferati casi di cronaca, maggioritaria nei flussi migratori verso il nord del mondo, vittima illustre della grande crisi economica di inizio secolo. Il rapporto del Censis su questa fascia di età, uscito proprio in questi giorni, parla di generazione smarrita e l’episodio della lettera del trentenne italiano suicida che accusa il mondo degli “adulti” di averlo lasciato solo e inascoltato, rivelano un disagio radicato, un vuoto senza fine, un problema che non è tanto di identità — come invece illustri commentatori sui giornali nazionali si ostinano ancora in questi giorni a ripetere — quanto di appartenenza. 

La vera domanda del nostro tempo, del cittadino arrabbiato come del cattolico dissenziente, del violento protagonista delle grandi tragedie dei telegiornali come del giovane col cuore disperso non è tanto “chi sono” bensì “di chi sono”. Il dramma odierno sta nell’assenza di una vera esperienza di fraternità che restituisca all’uomo non la sicurezza delle barriere e dei luoghi protetti, ma la forza del dialogo e dell’incontro con la realtà. Siamo fatti per scoprirci poveri, bisognosi di tutto, eppure viviamo nel terrore che la vita ci sia strappata e portata via. La liturgia che il Rito Romano propone in questa domenica ci dice che, pur essendo discepoli già alla sequela del Signore, abbiamo sempre bisogno di essere sfidati e guariti.

Noi portiamo dentro una domanda cui solo la Fraternità creata da Cristo può iniziare a dare una risposta. E non c’è nessun surrogato, per quanto brillante e intelligente, che possa sostituirla. La nostra vita è ricolma di gioia nella misura in cui si arrende e accetta la modalità umana con cui Dio ha deciso di parlare al nostro cuore, colmare il nostro vuoto e offrire una strada ad ogni nostra rabbia e sfiducia. Per questo non è un caso che l’11 febbraio si ricordi la Beata Vergine di Lourdes e — per molti cattolici italiani — il riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione: perché all’infermità dell’uomo Dio ha voluto rispondere con un’amicizia guidata alla riscoperta di sé e alla riscoperta di Cristo come vera risposta alle inquietudini dell’anima. 

Questi fatti non riguardano solo qualcuno, ma sono un dono per tutti: la testimonianza e la certezza che dinnanzi alla confusione del tempo presente Dio ripartirà, chiunque tu sia e qualunque cosa tu stia vivendo, da un’umanità carnale con cui essere amico. Un’umanità non da analizzare o da sottoporre al tuo pregiudizio, ma una realtà di volti e di poveri semplicemente da guardare. Semplicemente da seguire.



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