La “siccità” degli ideali

Il Partido popular sta vivendo un buon momento. Ma non deve illudersi: la siccità di ideali, spiega FERNANDO DE HARO, rappresenta un pericolo per tutti gli europeisti

14.02.2017 - Fernando De Haro
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Mariano Rajoy (Lapresse)

Quello che è successo nei giorni scorsi sembra confermare che la Spagna potrebbe essere diventata un’oasi politica. In Francia, gli europeisti tremano perché non hanno un candidato. Marine Le Pen, per il momento, monopolizza il dibattito elettorale. Il terremoto nazionalista minaccia di colpire con forza alle elezioni olandesi e tedesche. L’Italia è ancora in attesa. Al contrario, i congressi simultanei del Pp, partito di governo, e di Podemos, la forza populista, suggeriscono una certa stabilità della Spagna nel più tradizionale e positivo europeismo.

Non c’è alcuna formazione articolata xenofoba in vista. E il confronto fratricida tra i due grandi fondatori di Podemos, Pablo Iglesias e Íñigo Errejón, ha dimostrato che la nuova politica può diventare rapidamente vecchia. Finora i sondaggi non risentono della lotta interna (Podemos resta il secondo partito con il 22% dei voti), ma l’aureola “redentrice” che accompagnava la formazione è sparita. Ed è difficile (anche se tutto è possibile) che nell’immediato futuro i socialisti tornino a cercare un’alleanza con chi rischia di portargli via voti.

Il Pp ha forse celebrato il Congresso più pacifico della sua storia. Il partito al Governo è tranquillo e l’unico successore di Rajoy è Rajoy stesso. Quindici mesi fa, il ciclo del primo ministro era chiaramente in declino. I casi di corruzione, il desiderio di un modo diverso di fare politica, il malfunzionamento di alcuni interventi approvati durante gli anni della crisi e l’unione delle forze di sinistra facevano pensare che il Pp, nonostante fosse il partito più votato, sarebbe rimasto lontano dal Governo. 

Ora le cose sono cambiate. Nel 2016 il Pp ha dimostrato di avere una buona base elettorale e, cosa più importante, di esser capace di recuperare voti. Rajoy si è ampiamente riscattato superando un veto che, secondo tutti gli spagnoli, era durato già troppo. E negli ultimi mesi ha trasformato i socialisti nel suo miglior alleato di governo. Molti lo applaudono, anche coloro che considerano intelligente l’uso della paura di Podemos che, con il suo 22% nei sondaggi, è il miglior argomento per tenere alta la fedeltà tra gli elettori conservatori.

Mentre Rajoy veniva consacrato di nuovo leader, nei piccoli circoli intellettuali e culturali un tempo vicini al Pp si criticava il fatto che il partito fosse ormai diventato una formazione tecnocratica e puramente dedita alla gestione. Ce la si prendeva con la mancanza di volontà di articolare un “progetto di cittadinanza”, qualcosa di simile a un patriottismo costituzionale, con idee e sentimenti. Si chiedeva un partito che rispondesse in maniera forte alle identità disgregative del secessionismo e del populismo. Una sorta di nostalgia, in parte giusta, per una politica con una spinta ideale per affrontare la sfida di un’identità nazionale messa in discussione. Spinta che servirebbe anche per le tante riforme ancora da fare. Da altri settori minoritari, invece, le critiche sulla mancanza di un ideale forte riguardavano la rapidità con cui il Pp ha assunto postulati propri dei nuovi diritti.

Non sono critiche spregevoli in un clima di grande euforia e compiacenza. Il Pp continua a non riuscire a intercettare i giovani, è praticamente irrilevante in zone importanti come i Paesi baschi e la Catalogna, inoltre perde consensi nelle grandi città. Ma non si può pretendere che un partito che non è mai stato interessato alla cultura diventi improvvisamente letterato. Né che diventi un freno per la mutazione antropologica che si è verificata in Spagna, quando molti dei suoi leader la portano avanti.

Sembra più opportuno insistere su qualcosa di più essenziale: la risposta alla polarizzazione che ancora soffoca la società spagnola. Questa polarizzazione non è stata superata perché Rajoy ha potuto governare. Il danno che fa è qualcosa che i popolari non vogliono vedere. Il fatto che una parte importante della popolazione, gli elettori di Podemos e anche chi non vota il partito di Iglesias, continui a considerare l’altro come un nemico è qualcosa che mina il futuro della Spagna. Non si può costruire nulla su questo sentimento che diventa un giudizio tossico. I veti del 2016 sono stati un rimedio, ma con effetti brevi. La grande sfida del Pp è trasformare l’altro, in questo caso Podemos, in un bene: per combattere contro la corruzione, per avvicinarsi alla gente, per rispondere alla richieste di politiche di uguaglianza. 

La cosa peggiore che può succedere al Pp, e all’europeismo, è credere di aver ottenuto una vittoria definitiva. Il ciclo è lungo, Podemos può essere momentaneamente sconfitto, ma non i desideri che l’hanno creato. Le oasi si seccano se non irrigate. E la siccità di ideali che colpisce l’Europa non si ferma ai Pirenei.

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