La crescita è una fiducia responsabile

- Gianni Credit

La ripresa – secondo la Ue – non arriverà in Italia neppure nel 2017-18. In crisi resta soprattutto la fiducia e la responsabilità di tutti gli attori politico-economici. GIANNI CREDIT

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Pierre Moscovici (Lapresse)

Perché l’Italia è il paese Ue che crescerà meno, nel 2017 e nel 2018? Le previsioni invernali diffuse dalla Ue sono crude: soprattutto in vista della (probabile) riforma dell’Europa a più velocità. Il fotogramma di un Pil italiano unico ad aumentare meno dell’1% non contiene tuttavia la propria analisi: o almeno ripropone tutti gli interrogativi, i tentativi d’interpretazione, i dibattiti prodotti ogni trimestre da un film iniziato già nel 2008 (da allora al 2015 sono stati quasi dieci i punti di Pil perduti).

La svolta del 2011 – l’anno della crisi dello spread e quindi dell’austerity imposta da Europa e mercati – ha lasciato certamente l”Azienda-Paese a corto di fiducia: variabile che gli economisti definiscono “intangibile”, ma che in concreto si misura a colpi di centinaia di miliardi di minore domanda di consumo e d’investimento, sia da parte delle famiglie che delle imprese. La crisi di fiducia “reale” e “percepita”, in Italia, si è presto riverberata nel settore bancario, colpito a spirale dalla recessione, oltreché da specifiche strette regolamentari da parte dell’Europa. Qui l’effetto principale è stato il prosciugamento del credito nonostante le iniezioni di liquidità e i tassi zero decisi dalla Bce nell’ultimo biennio.

Un punto di sintesi significativo e osservabile è stato il crollo della domanda edilizia (il settore tradizionalmente “motore”del Pil): nel biennio 2014-2015, ad esempio, la diminuzione delle nuove case vendute in Italia è stata doppia rispetto a quella registrata in Germania e Gran Bretagna, quadrupla rispetto a quella francese. Sul versante imprenditoriale è spiccato con non minore evidenza il netto invecchiamento del parco-macchine dell’industria italiana. Fra il 2005 al 2015 – ha segnalato l’Ucimu – le macchine utensili installate in un campione di 3mila aziende italiane sono scese da 340mila a 305mila e la loro età media è aumentata da meno di 11 anni a quasi 13.

Gli italiani mantengono ancora un significativo stock di risparmio, anzi continuano ad alimentarlo (nel 2016 i gestori di risparmio monitorati da Assogestioni hanno totalizzato una raccolta netta positiva per 54 miliardi). La resistenza della propensione al risparmio è comunque l’altra faccia della cautela nel consumo e soprattutto nell’investimento. E non occorre essere economisti per seguire la spirale recessiva in tutte le sue volute: Pil e occupazione, pressione tributaria sempre alta ma conti pubblici sempre in affanno (soprattutti il debito ai limiti di guardia), bilanci bancari in sofferenza nonostante i tassi zero. Naturalmente con tutti i riflessi mediatici del caso: dai titoloni sulle “banche che falliscono” a quelli sull’ennesimo ultimatum Ue per un aumento delle accise della benzina. E non sorprende – in questa lunga congiuntura – che la produttività dell’Azienda-Paese abbia fatto ben pochi passi in avanti: soprattutto quella del lavoro (dal 1995 al 2015 è cresciuta allo 0,3% medio annuo, rispetto al +1,6% medio della Ue). 

Su questo terreno il rimpallo delle responsabilità è costante. Gli imprenditori accusano sistematicamente lo Stato: di non produrre riforme efficaci e tempestive; di non tagliare una spesa pubblica rigida e improduttiva e quindi il debito; di gestire la pubblica amministrazione con standard minimi di efficienza. In ultima analisi: accusano il government di tenere il Paese nella sfiducia e di non far nulla per ricrearla. I governi – periodicamente – se la prendono con il ceto imprendioriale, soprattutto quello maggiore: accusato di fuggire dal Paese alla prima occasione (i veri investimenti esteri sull’Italia restano quelli che acquistano i top brand nazionali); o di aver sprecato le opportunità offerte dalle grandi privatizzazioni degli anni ’90. Le organizzazioni sindacali difendono ormai quasi più gli ex lavoratori pensionati che i giovani senza lavoro: i quali accusano tutti di non crearlo o redistribuirlo. Tutti o quasi, infine,accusano l’Europa, o accusano svariati governi italiani di aver portato l’Italia dentro l’Europa.

Non stupisce che di fronte ai questi nodi abbiano mostrato i loro limiti sia gli strumenti tecnici della politica economica (a cominciare dall’espansionismo monetario) sia le iniziative e le azioni sul terreno più propriamente politico: quelle del governo e delle parti sociali nel Paese, quella delle autorità nazionali nel confronto con quelle europee e, non da ultimo, quella delle istituzioni Ue nel garantire una leadership efficace. E’ ormai evidente che non sarà un trimestre in più di quantitative easing o altre misure temporanee a invertire le aspettative e a cambiare realmente le cifre. Né – probabilmente – è possibile immaginare che i dieci punti di Pil persi in meno di un decennio vengano recuperati in via inerziale nello stesso arco temporale. Anche la prevedibilità dei cicli è una delle vittime della grande crisi di inizio millennio.

Finora al centro dell’immaginario anti-crisi vi è stato il bazooka: una mega-arma nelle mani delle più disparate authority per distruggere una recessione in fondo imprendibile perchè polverizzata nelle teste di decine di milioni di italiani, di centinaia di mlioni di europei. Forse è il caso di cambiare immagine e schema: di puntare su una reazione a catena, sulla decisione di ciascun attore dell’economia e delle società di interpretare nuovamente, responsabilmente il proprio ruolo. La responsabilità è un diverso modo di chiamare la fiducia: cioè la disponibilità a rimettere in gioco la propria responsabilità, individuale e civile; sociale e professionale, economica e politica. Il Pil debole non è mai la causa, ma l’effetto del malessere di un Paese: la crescita reale non è mai possibile se viene meno quella potenziale. La volontà di crescere.

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