A che serve la parità scolastica?

In Spagna sta nascendo un nuovo dibattito sulla scuola. Per FERNANDO DE HARO è il momento giusto perché la comunità cattolica su ponga domande importanti sul suo ruolo

21.02.2017 - Fernando De Haro
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LaPresse

In Spagna sta nascendo un nuovo dibattito sulla scuola. I cristiani saranno qualcosa di più di una delle parti in causa? Potranno contribuire in modo originale? Sono obbligati a identificarsi con una delle note e previste posizioni che stanno per affrontarsi? La scorsa settimana alla Camera dei deputati è stata creata una sottocommissione per studiare un possibile patto di Stato sull’istruzione. Un patto che è stato finora impossibile da quando è tornata la democrazia. Ai lavori contribuiranno 80 relatori tra insegnanti, genitori, studenti ed esperti.

La legislazione sulla scuola in Spagna è stata egemonicamente socialista dalla Transizione. Il primo Governo Rajoy, con scarsa convinzione, poca ambizione e senza ascoltare la comunità educativa, ha approvato un riforma finalizzata, soprattutto, a ottenere miglior risultati scolastici e una certa uniformità sul territorio nazionale. Il secondo Governo Rajoy ha già rinunciato ad alcuni aspetti di tale riforma osteggiati in maniera decisa dall’opposizione e sembra che cerchi, con più sincerità dei socialisti, un accordo.

Il problema è che le distanze ideologiche sembrano incolmabili. I socialisti e gli altri partiti di sinistra sono convinti che lo Stato, in questo caso le Comunità autonome cui è stata trasferita la competenza in materia, sia il soggetto educativo essenziale per garantire uguaglianza. La pianificazione perché le nuove scuole di iniziativa sociale ricevano fondi deve sottomettersi, secondo questo modo di pensare, all’esistenza di una rete di scuole pubbliche. Si tratta di una sussidiarietà al rovescio, a favore dello Stato. Il Partido popular, dal canto suo, insiste nell’introdurre criteri oggettivi di valutazione e di qualità. Il centrodestra è più recettivo nel sostenere la timida sussidiarietà implicita nel sistema paritario, un modello che permette di integrare la rete pubblica con scuole di iniziativa sociale con autonomia e libertà di idee. In alcune Comunità autonome dove il Pp è al Governo, non in tutte, questa rete sussidiaria arriva fino al 50% degli istituti. Dove invece governano i socialisti o Podemos questa percentuale si riduce drasticamente. In realtà, la bandiera della parità è tenuta altra dalla comunità cattolica.

Prima di andare avanti chiariamo che il sistema paritario, con tutte le sue imperfezioni, è stato uno strumento utile per far scegliere ai genitori l’istruzione che volevano per i loro figli. In una sentenza del 2016, la Corte Suprema ha inoltre chiarito che la legge non assegna ai centri parificati un carattere secondario o accessorio rispetto a quelli statali, per esserci solamente dove non arrivano questi ultimi, cioè per supplire alle carenze dell’istruzione pubblica. Ci sono però sicuramente forme di sostenere la libertà di educazione che non sono adeguate.

In una recente intervista a Julián Carrón, Ángel L. Fernández Recuero ha fatto una domanda piena di sincerità: “La nostra generazione ha percepito la presenza pubblica della Chiesa in Spagna praticamente come legata solo alle battaglie sulla morale sessuale e sul diritto a educare nelle scuole. Perché si è ridotto in questo modo ciò che dovrebbe essere un annuncio universale?”. Davanti a una domanda del genere forse conviene cominciare a chiedersi se il modo di difendere alcuni diritti sacrosanti non abbia contribuito all’escalation ideologica.

Almeno occorre ammettere l’esistenza di un problema: la difesa dell’istruzione paritaria non è percepita come la difesa di un valore universale, ma dell’interesse di una delle parti a cui si attribuisce la paura della libertà. Massimo Borghesi alcuni giorni fa ricordava la reazione di Romano Guardini quando ascoltò quello che disse Carl Sonnenschein, assistente spirituale dei giovani berlinesi degli anni ‘20: “Siamo in una città assediata; perciò non ci sono problemi, bensì soltanto parole d’ordine”. Guardini osservò: “Questo motto può fare impressione, ma è sbagliato. Non si possono congedare i problemi; […] in ogni caso io mi applicavo all’interrogare”. La migliore delle cause è sempre minacciata dagli ordini, specialmente quando c’è l’impressione di essere sotto assedio.

Facciamoci dunque delle domande: può la comunità cattolica avere un tipo di presenza nel mondo della scuola che non sia determinata dalla sindrome della “città assediata”? Esiste questa sindrome? Se esiste può essere a causa di una sorta di insicurezza? È possibile abbattere i bastioni e presentare formule creative che sblocchino la situazione? Potrebbe, paradossalmente, un certo modo di difendere un diritto diventare un ostacolo per il fine ultimo di essere una presenza originale in una società plurale?

Sono sicuramente tante domande. Mentre prendiamo le cose utili e scartiamo quelle che non lo sono possiamo cominciare a prendere nota delle soluzioni che funzionano. Ci sono determinate scuole paritarie che, per l’integrazione degli immigrati, i risultati e la capacità di innovazione sociale mostrano il valore che hanno determinate esperienze particolari per tutta la società. In ogni caso è sempre necessario ricordarsi che le opere non garantiscono di per sé la libertà educativa, la quale dipenderà sempre dal soggetto. Abbiamo visto un solo professore, con una sola ora di lezione causare una rivoluzione umana di proporzioni universali in uno degli istituti più laicisti di una grande città europea.

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