Il valore dell’altro

- Fernando De Haro

In Spagna c’è stato un dibattito in cui si è discusso in maniera approfondita della democrazia e dei pericoli che corre la vita politica del Paese. Ce ne parla FERNANDO DE HARO

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Camera dei Deputati (LaPresse)

La scorsa settimana in Spagna c’è stato un dibattito al Senato sulle “pagine politiche” de “La bellezza disarmata”, il libro di Julián Carrón. È stata una di quelle rare occasioni in cui il Paese discute in maniera approfondita di democrazia. La cosa interessante è che a farlo sono state tre persone con le mani in pasta. Pablo Casado, vicesegretario del Partido popular, è ai vertici del partito di governo e ha tenuto uno dei discorsi più importanti del congresso dei popolari che c’è stato recentemente. Ramón Jauregui, sebbene sieda al Parlamento europeo, prepara i testi di riferimento per il decisivo congresso che i socialisti celebreranno a giugno. Juan Carlos Girauta, portavoce di Ciudadanos, è stato protagonista dei negoziati che hanno contribuito a superare i veti incrociati che impedivano al Paese di avere un Governo.

Dunque dei politici hanno parlato della pre-politica dopo un anno dominato dai veti e in cui sembrava si dovesse tornare ancora a votare. Politici che hanno accettato di raccontare come il valore dell’altro è stato determinante nelle loro esperienze personali, di parlare di quella “corrente” che ci ha portato alla crisi attuale, dove l’avversario si è trasformato in nemico.

L’inizio di questo dibattito è stato favorito da un’iniziativa cristiana che prende posizione in pubblico non per difendere certi valori o certe libertà, che certamente vanno sostenuti, ma per facilitare un dialogo sulla matrice che rende possibile la convivenza in una società plurale. Perché forse la principale urgenza della vita politica occidentale è riconoscere che le basi della vita comune si stanno diluendo a forte velocità e invitare tutti a fornire elementi per costruire nuove fondamenta, senza avere l’ingenua e arrogante pretesa di sapere già qual è la soluzione. Come ha detto uno dei relatori, in questo momento non serve una democrazia delle ideologie, ma dei metodi, dei significati.

Non conviene dare per assodata l’importanza di conversazioni di questo genere quando proprio l’origine della particolare crisi politica spagnola, che porta molti giovani a rifiutare il sistema costituzionale, è aver dato per scontato il valore della democrazia e della Transizione che l’ha resa possibile. Uno dei relatori ha giustamente sottolineato che gli spagnoli hanno considerato la democrazia come un fatto naturale, una specie di vegetazione che cresce spontanea senza bisogno di essere irrigata. Avendo applicato il metodo del progresso scientifico al progresso sociale, la trasmissione critica dell’eredità ricevuta è stata trascurata e si sono fatti danni.

I tre relatori sono stati concordi nell’indicare il grande valore di questa eredità. Dopo un passato recente con scarsi o assenti rispetto e riconoscimento dell’altro (sarebbe appassionante addentrarsi sugli errori del liberalismo e del cattolicesimo del XIX secolo che hanno causato questa situazione), la Transizione alla democrazia (1977-1978) ha aperto un nuovo capitolo. C’è stato perdono reciproco, c’è stato un progetto-Paese, il desiderio di camminare insieme in una certa direzione.  

Una cosa che ha colpito è che Jauregui, l’unico dei tre che è stato protagonista in quel periodo, abbia segnalato che questo slancio positivo ha perso forza a cavallo tra i due secoli. Il fuoco della Transizione è diventato un mucchio di cenere fredda a partire dagli anni ’90. E sono stati indicati come causa di ciò la mancanza di leadership, la banalizzazione del discorso pubblico e la frammentazione dei riferimenti mediatici così come la scomparsa della cultura sforzo. Si tratta di fattori che descrivono la caratteristiche di una società liquida. A ciò c’è da aggiungere una crisi economica che ha fatto scomparire “l’ascensore sociale”, la mobilità propria di un Paese con una classe media che non era fino a quel momento condannata a rimanere bloccata. A certificare l’importanza di questo fattore, la Commissione europea alcuni giorni fa ha ricordato le nefaste conseguenze della crescente disuguaglianza.

Forse è però necessario andare più a fondo. Perché tutto questo descrive una situazione precedente alla grande esplosione, senza mostrare il momento in cui lo scoppio silenzioso ha cambiato tutto. Ed è qui che il dibattito ha reso evidente la difficoltà che tutti abbiamo a capire che non è solamente negligenza, mancanza di un racconto e di un’epopea della riconciliazione democratica, ma qualcosa di più profondo: i principi, i valori, le evidenze che sono passati dall’Illuminismo alle rivoluzioni liberali, senza che vi fosse la necessità di affermare e discutere le loro fondamenta, non esistono più.

È stato incoraggiante vedere come un certo costituzionalismo di centro-sinistra e uno di centro-destra, quello dei tre relatori, dopo un periodo di allontanamento hanno affermato con entusiasmo il valore dell’altro. Ci sono ancora molti argomenti per i prossimi dibattiti, l’elenco delle riforme è lungo. Soprattutto ci si dovrà però chiedere perché quel che c’è dall’altro lato del costituzionalismo, il populismo di Podemos, può anche essere una risorsa, un bene.

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