Mors et vita

- Pierluigi Colognesi

L’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dei cistercensi, ha come titolo una domanda: Si vive solo per morire? Domanda così diretta ed inattesa. PIGI COLOGNESI

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Giotto, Battesimo di Gesù (particolare), Cappella degli Scrovegni (1303-05)

L’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dei cistercensi, ha come titolo una domanda: Si vive solo per morire? Domanda così diretta ed inattesa, soprattutto vista sulla copertina della pubblicazione di un monaco, che viene da rispondere d’istinto: Certo che no, si vive per ben altro. Ma non si dice cosa e si finisce col pensare che si tratti di una domanda retorica, quelle che hanno già in sé una riposta predefinita. Ma non è così: è una domanda vera, “la domanda — spiega l’autore all’inizio dell’introduzione — che Maria Cristina, 12 anni, ha posto a sua mamma rientrando da una visita al nonno morente”; una domanda che però può rimanere inevasa per la sua spigolosità, essere accantonata per l’inquietudine che genera o soffocata dalla superficialità distratta del quotidiano. Il libro di Lepori vorrebbe aiutare e dare coraggio per non sfuggire alla domanda di senso ultimo, anzi per scoprirne la convenienza.

Nel primo dei sei interventi — dal 2003 al 2015 — che costituiscono il volume, Lepori dice: “Viviamo in una cultura ingolfata nella contraddizione di temere la morte senza amare la vita“. Il corsivo è dell’autore e sta ad evidenziare l’importanza di una frase che nella sua sintesi stringata riesce a dire bene qualcosa di essenziale. Ed infatti l’atteggiamento di chi teme la morte senza amare la vita può servire a descrivere grandi fenomeni del nostro tempo — per esempio l’accettazione apparentemente tranquilla dei “due poli estremi dell’aborto e dell’eutanasia” — che conducono al costituirsi di una società formata “da persone che vivono soltanto perché non sono ancora morte”.

Un paesaggio terribile, di cui però possiamo scorgere i tratti anche al microscopico livello dell’esperienza di tutti i giorni. Pensiamo a certi rapporti: temiamo (per abitudine o per quieto vivere) di riconoscere che sono morti, ma abbiamo paura del dolore che comporterebbe accettare di farli rivivere riconoscendo la loro faticosa diversità. Così anche se viene offerta l’occasione di riprendere in mano quel rapporto da una prospettiva e con modalità nuove, ci ritiriamo dietro le trincee di definizioni già acquisite, di “esperienze” già fatte, di tentativi già finiti male. Anche se i due attori sono ancora vivi, quel rapporto ha tutta l’immobilità propria della morte; anzi anticipa di fatto la rigidezza mortale nella corrente della vita.

Tra il vivere e il morire del titolo del libro di padre Lepori la differenza sta infatti nel movimento che caratterizza il primo e scompare del tutto nel secondo. E il movimento è sempre apertura disponibile ad una novità incognita: rifiutarla perché potrebbe essere scomoda equivale a darla vinta alla morte.

PS. Dopo poche pagine, Lepori scrive: “Il paradigma e il compimento della testimonianza cristiana è il martirio. Il martirio contraddice la logica del mondo perché il martire risponde al timore della morte che odia la vita con un amore alla vita che non teme di morire per essa, perché la vita del martire è Cristo risorto”.

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