Il Sud preferisce le pecore ai lupi

C’è bisogno di visionarietà e di coraggio, quello dei lupi, per portare finalmente il Sud Italia fuori dalla crisi permanente in cui si trova da decenni. L’editoriale di GIORGIO VITTADINI

03.03.2017 - Giorgio Vittadini
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Immagine dal web

“Non nego che alcuni siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire  molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta”. Se Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore de Il Gattopardo dava dei suoi conterranei un’amara e a volte cinica descrizione, è vero invece che, come ci dicono alcune recenti notizie, i giovani del Meridione hanno molta voglia di impegnarsi per costruire un futuro a casa loro. Ma mentre continua l’emorragia di laureati che vanno al nord a cercare lavoro, chi resta a lottare incontra spesso feroci delusioni. 

Nel marzo 2012 il Ministero dell’Università e della Ricerca lancia un progetto, denominato “Social Innovation”, il cui scopo è finanziare giovani ricercatori di alcune regioni del Sud Italia che presentino progetti tecnologicamente innovativi finalizzati alla risoluzione di problemi di interesse pubblico. In tutto vengono promessi investimenti per 40 milioni di euro da parte dell’Unione europea e del Ministero stesso. 

Un anno e mezzo fa però la Ragioneria generale dello Stato si rende conto che la procedura di assegnazione dei fondi è irregolare. Oggi, risulta che trecento giovani impegnati in 52 progetti già avviati sono rimasti senza alcun contributo, quasi tutti hanno dovuto dichiarare fallimento riempiendosi di debiti, senza neanche ricevere risposte chiare dal Miur. Si trttta di iniziative di successo, che riguardano bisogni prioritari come la viabilità urbana ed extraurbana o la valorizzazione dei beni culturali, realizzate da giovani in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania alcuni anche rientrando in Italia da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna dove avevano già un lavoro. 

Purtroppo questo è un fatto tutt’altro che eccezionale: dal dopoguerra assistiamo a progetti abortiti che hanno mortificato le speranza di tanti giovani. Basta farsi un giro in queste regioni per rendersi conto. 

Cosa può fare chi vuole costruirsi una vita al Sud?

Se si continua a pensare che esso sia solo il meridione di Bruxelles o di Roma, la risposta è no. 

Perché avvenga qualcosa di nuovo occorre essere un po’ visionari, immaginando ad esempio che nel lungo periodo il Sud possa diventare il Nord del Mediterraneo. Ne abbiamo già parlato su queste pagine: il Meridione ha la possibilità alla luce dell’ampliamento del Canale di Suez di realizzare una nuova “via della seta” ricevendo le merci che provengono dall’Estremo Oriente e che finora circumnavigavano l’Africa e facendole transitare verso il Nord Europa con risparmio di costi e di tempo. Non per niente i cinesi sono interessati al porto di Taranto, come ha spiegato su queste pagine Francesco Sisci. Ma ci vogliono ferrovie e infrastrutture adeguate perché i container possano essere gestiti e trasportati in modo efficiente. Cosa aspettiamo? 

Non basta. Nel Mediterraneo ci sono nazioni con metà della popolazione sotto i 30 anni. Questi giovani, nonostante fondamentalismi e terrorismo, desiderano fortemente aprirsi al mondo. Perché allora non rinverdire quella politica di forte alleanza economica dell’Italia con questi paesi simboleggiata dall’operato di Enrico Mattei e ricordata addirittura dal presidente algerino Bouteflika al Meeting di Rimini del 1999? Perché non finanziare con adeguate borse di studio il soggiorno e lo studio nelle prestigiose università meridionali dei migliori giovani nord africani (con adeguati programmi in inglese e in francese) che oggi vanno a studiare in Inghilterra e in Francia? Sarebbe un modo per rilanciare le università del Sud, sempre più spopolate, e legare domani le future classi dirigenti di questi paesi al Sud Italia, in modo che proprio in rapporto con loro nascano nuove opportunità per giovani meridionali che non vogliono emigrare.

Ma la centralità del nostro Meridione è anche dovuta a una natura unica di cui sembriamo esserci dimenticati. In epoca romana la Sicilia era il granaio di Roma ed è divenuta arida per la dissennatezza degli uomini che l’hanno sfruttata senza ritegno per poi occuparla con la pratica del latifondismo. La storia del vino meridionale che fino a pochi anni fa era solo prodotto da taglio e oggi è di qualità apprezzata a livello internazionale, ci insegna che si potrebbe riqualificare tutta l’agricoltura meridionale valorizzando terreni potenzialmente fertilissimi.

E che dire della splendida arte locale, e dell’unicità di flora e fauna, non solo marine ma anche terrestri? Non si potrebbe rilanciare a livello mondiale una formula di turismo mare-arte-natura abbandonando per sempre quello degli ecomostri e della speculazione sulle coste? Purtroppo ci si muove in direzione opposta: invece di gioire per il ritorno del lupo, essenziale all’equilibrio ecologico e per il turismo naturalista, lo si vuole abbattere cedendo a qualche isteria di troppo.

La vicenda del lupo è reale ma è anche simbolica. Il Sud non muore per mancanza di opportunità: langue per una classe dirigente e politica fatta non di lupi affamati di sviluppo e progresso ma di vecchie pecore, senza visione e slancio, alla ricerca del piccolo cabotaggio, incapaci di scelte lungimiranti. Rispetto ad essa anche il principe di Salina, esempio di un mondo che muore ne Il Gattopardo, appare giovane e innovatore.



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