Nell’oceano di Pirandello

- Pierluigi Colognesi

“Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi”. PIGI COLOGNESI

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Luigi Pirandello (LaPresse)

“Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria”.

“Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare”.

“Ah già! Tu sei quello dell’esperienza, me ne scordavo! Che, per sapere bisogna prima provare. Io so invece che ho provato sempre soltanto ciò che m’ero prima immaginato… Quando mi è arrivato qualcosa che prima non m’aspettavo, non ho compreso più nulla”.

Sono tre piccolissimi sorsi di quell’oceano di parole, di immagini, di sollecitazioni che è l’opera di Luigi Pirandello. La prima frase è contenuta in una “Nota autobiografica” redatta verso i trentacinque anni (1902); la seconda è tratta dal celebre atto unico del 1922 L’uomo dal fiore in bocca; l’ultima da Trovarsi, commedia in tre atti del 1932. Ovviamente ne parlo perché dello scrittore agrigentino, premio Nobel per la letteratura nel 1934, cade quest’anno il 150 anniversario della nascita (precisamente il 28 giugno).

Non ho scelto frasi che pretendano di sintetizzare il “pensiero” o l’inafferrabile “filosofia” di Pirandello; voglio solo offrire spunti che facciano venir voglia di riprendere in mano questo autore, che offre molti spunti su cui riflettere; ad esempio l’ossimoro di una vita definita come “triste buffonata”, che però ha un “gusto” di cui siamo inesorabilmente (tanto più quanto più il fiore/tumore avvicina la morte) alla ricerca e che magari sostituiamo con illusioni di continuo smascherate e ricostruite.

Dai vaghi ricordi scolastici sappiamo che Pirandello parlava della personalità umana come di una maschera auto e/o etero imposta, sotto la quale non c’è alcuna reale consistenza; per cui ciascuno di noi è ai suoi propri occhi uno ma è anche centomila per i centomila che incontra e, quindi in fondo non è nessuno. Ricordiamo anche che per lo scrittore siciliano la vita è come una recita teatrale, il cui testo è scritto – come annotava Mario Pazzaglia – da un autore che ai personaggi (cioè tutti noi) ha dato l’essere, ma non la ragion d’essere.

C’è però anche una strana possibilità: che arrivi qualcosa che prima non ci si aspettava. Non ci si capisce nulla, dice il personaggio di Trovarsi, perché effettivamente l’accadimento imprevisto rimuove le certezze illusorie. Ma può anche dare un attimo di stupore puro; stupore che indirizza alla comprensione che noi non siamo nessuno e che la ragion d’essere è forse celata al fondo di quello stesso stupore, nel viso (non maschera) del suo Autore. È lo stupore di Ciàula che dopo aver visto la luna “non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” (Ciàula scopre la luna); è lo stupore del signor Belluca per cui il semplice fischio d’un treno scoperchia la tomba d’una misera vita e la spalanca all’immensità del mondo (Il treno ha fischiato).

Un consiglio: se ci si vuol avventurare nell’oceano pirandelliano è meglio che la nave sia guidata da un buon nocchiero; consiglio il saggio di Giovanni Colombo (futuro cardinale arcivescovo di Milano) che si trova in Letteratura e cristianesimo nel primo Novecento, Jaca Book 2008.

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