Libera nos

- Pierluigi Colognesi

Domani, 25 aprile, è il giorno della Liberazione. È in parte smarrito il ricordo della fine della seconda guerra mondiale e della liberazione dal regime fascista. PIGI COLOGNESI

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Sergio Mattarella (LaPresse)

Domani è il giorno della Liberazione. È in parte smarrito (almeno a livello di popolo; restano le commemorazioni delle istituzioni che sono per natura lente ad evolvere) il ricordo della fine della seconda guerra mondiale e, quindi, della liberazione dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Lontano è anche il valore di lotta per la liberazione sociale che il 25 aprile (combinato col primo maggio) aveva assunto — per l’impegno delle varie forze politico-sindacali di sinistra — negli anni Settanta e Ottanta. Svaniti questi ricordi sostanzialmente rimane un giorno aggiuntivo di festa, che si spera possa (come accade quest’anno) posizionarsi bene nella settimana al fine di facilitare agognati ponti primaverili.

Eppure la parola “liberazione” (e, ovviamente, la cosa che essa indica) è molto affascinante perché riesce ad esprimere bene un desiderio che tutti sentiamo vivissimo, anche quando è confuso nei suoi termini concreti. Tutti sappiamo di aver bisogno di essere liberati, slegati, da qualcosa che ci imprigiona e vincola. Lo stesso Gesù fa terminare la preghiera che ha insegnato ai suoi discepoli con una richiesta di liberazione: “liberaci dal male”, libera nos a malo. E la Chiesa, sempre attenta alla reale condizione umana, dopo averci fatto recitare il Padre nostro durante la messa, ribadisce subito la domanda: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali”. Il passaggio al plurale — “mali” — invita, a specificare ciò da cui chiediamo di essere liberati; eccone un elenco che sento urgente.

Dalla terza guerra mondiale combattuta a pezzetti, che travolge interi popoli lontani e che — come un fuoco maligno — incendia anche i quartieri delle nostre città: libera nos.

Dalla incattivita paura prodotta dall’insicurezza per il lavoro che manca o dalla rabbia per le prospettive che rimangono chiuse o dallo sconcerto per l’impatto con uomini troppo diversi da noi o dall’impotenza di fronte ai disastri naturali: libera nos.

Dalla litigiosità che come zizzania cresce spropositatamente proprio laddove ci sarebbe bisogno di una pacata e forte volontà di costruire assieme: libera nos. Dal disfarsi di legami familiari (o simili) che lasciano l’uomo e la donna più soli e i figli più instabili: libera nos; dalla litigiosità nella Chiesa (a tutti i livelli) che lacera la splendida veste della sposa di Cristo: libera nos; dall’informazione che enfatizza con morboso compiacimento gli scontri, le lotte e le cattiverie: libera nos; dalla politica che si pasce del frazionamento e gode soltanto nell’odiare l’avversario: libera nos.

Dalla presunzione che impedisce di ascoltare, dalla superficialità che non ha mai voglia di approfondire oltre le apparenze, dall’ansia scomposta che confonde i pensieri e le azioni, dall’ignavia che fa ritirare da ogni impegno, dalla pavidità per cui ci si accoda sempre all’opinione via via dominante, dalla tristezza che pencola sull’orlo della disperazione: libera nos.

Da… Ma basta: tutto ciò da cui vorrei essere liberato non ci sta in un editoriale, neanche lo facessi lungo il triplo. E forse non saprei neppure farlo un simile elenco, tanto è vasto, tanto è dolorosamente profondo il mio/nostro bisogno di liberazione.

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