Nulla è più come prima

Macron ha vinto ma con un risultato in termini di voti, visto anche l’astensionismo, assai risicato, mentre la Le Pen ha perso aumentando di molto il consenso. SALVATORE ABBRUZZESE

11.05.2017 - Salvatore Abbruzzese
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Emmanuel Macron (foto da Lapresse)

La vittoria di Macron e la conseguente sconfitta di Marine Le Pen costituiscono un elemento di rassicurazione per le istituzioni europee. I timori della vigilia, che davano per improbabile ma non impossibile una vittoria della candidata del Front National, si sono totalmente dissolti alle 20,00 di domenica 7 maggio. Le previsioni fatte dagli istituti specializzati si sono rivelate sufficientemente esatte al punto da motivare, con un tempismo immediato, la candidata sconfitta a congratularsi immediatamente con il vincitore. 

La coreografia dei festeggiamenti, fissata in ogni particolare da una regia abile che aveva programmato per tempo artisti e coreografi, procede in modo impeccabile coronando il nuovo presidente in uno spazio inedito. Emmanuel Macron infatti, tra la Bastille e Place de la Concorde, tra il ricordo della rivoluzione e quello della Francia post-rivoluzionaria, mete consuete per festeggiare le vittorie, rispettivamente del centro-sinistra e del centro-destra, ha scelto di riunire i propri simpatizzanti dinanzi alla piramide di vetro, voluta da François Mitterand nella Cour Napoléon del Grand Louvre. 

La scelta, risolutamente europeista, di non ricorrere immediatamente alla Marseillaise preferendovi il Beethoven dell’Inno alla Gioia, vuole far comprendere a tutti i costi come proprio lui, che viene dalla più tradizionale e qualificata delle filières di mobilità verticale – l’Ecole Nationale d’Administration – e dalla più brillante delle carriere istituzionali, scelga di rappresentare il mutamento. Proprio lui, che ha ricevuto l’appoggio di “tutti i partiti dell’arco costituzionale” – per citare una vecchia definizione degli anni settanta – ed ha beneficiato dell’ampia mobilitazione mediatica in suo favore, ricevendo il sostegno completo di tutta la stampa, inclusa l’esternazione di professori universitari, intellettuali ed opinionisti, voglia presentarsi non come l’uomo della continuità ma come l’araldo della trasformazione. E sceglie di farlo in modo esplicito, ricorrendo a tutti i segnali mediatici possibili.

Eppure lo scenario elettorale non ha smesso affatto di essere critico. Tutt’altro. Il confronto con il precedente del 2002 è rivelatore. Allora fu il vecchio Jean-Marie Le Pen ad andare al ballottaggio con Jacques Chirac. Anche allora l’avversario del Front National incassò l’appoggio corale di tutti gli altri partiti, del mondo della cultura e dell’informazione, ma con risultati ben diversi. Il vincitore, Jacques Chirac, arrivato solo al 19,9 per cento al primo turno, conquisterà l’Eliseo con l’82,2 per cento, mentre il leader del Front National, pur avendo registrato al primo turno un 16,9 per cento di consensi, si fermerà al 17,8 per cento. In pratica se il primo era riuscito nell’impresa di raccogliere intorno a sé un consenso che ne quadruplicava le forze, il leader del Front National si era rivelato incapace di uscire dal proprio bacino elettorale, incrementando il suo consenso tra il primo ed il secondo turno, di un mesto e puramente simbolico 1 per cento.

Tutt’altra vicenda è quella invece avvenuta per la furente erede del fondatore del Front National, Marine Le Pen. Questa infatti, non solo ha migliorato la posizione conseguita al primo turno delle presidenziali del 2012 (17,9) registrando un vistoso 21,3 ma, passata al secondo turno, si è rivelata capace di raccogliere il consenso ben oltre il recinto dell’estrema destra, conquistando dodici punti in più e arrivando così al 33,9. 

La stessa mobilitazione antifascista che nel 2012 aveva consentito, a Jacques Chirac di accedere all’Eliseo con un vero e proprio plebiscito, consente oggi al giovane Macron di arrivare alla presidenza della repubblica con un risultato che, se è di rilievo (66,1 per cento) non vede affatto il suo rivale polverizzarsi.  

La situazione è tra l’altro ancora più oscura se si tiene presente che l’astensione, che nel 2002 aveva toccato il 20 per cento degli elettori iscritti ed alla quale andava aggiunto un ulteriore 4,3 per cento che aveva votato scheda bianca, ha raggiunto domenica 7 maggio il 25,4 per cento, al quale va aggiunto quell’8,5 per cento che, recatosi alle urne, ha votato scheda bianca oppure l’ha annullata. 

Il quadro di una Francia in profonda crisi resta pertanto aperto. Quella stessa perdita di credibilità degli schieramenti tradizionali che ha permesso ad Emmanuel Macron di avanzare a grandi passi dentro le pieghe di una leadership politica allo sbando, gli consegna oggi dei compagni di strada profondamente segnati da una competizione elettorale che ha rappresentato per costoro una incontrovertibile disfatta. 

Ma anche il Front National sembra essere giunto ad una svolta. Proprio quei dodici punti conquistati tra il primo e il secondo punto segnano in qualche modo un record difficilmente migliorabile senza una ristrutturazione dell’intero progetto politico. Se Macron ha già iniziato con un suo proprio movimento, è molto probabile che anche nell’area del Front National ci si dovrà muovere con la stessa marcia. Ci si avvia così, verso un’inevitabile fase di mutamento e di trasformazione. Di fatto, il giorno dopo queste presidenziali, solo in apparenza tutto sembra ripresentarsi uguale a sé stesso, in realtà nulla è più come prima.

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